Daily Archives

6 Articles

Posted on

Perché non siamo in grado di curare il cancro?

Perché non siamo in grado di curare il cancro?

Una domanda che molte persone mi pongono quando parliamo dei miei studi e che io stesso mi sono posto più volte è: perché non siamo ancora in grado di curare il cancro? La risposta può essere sorprendente e allo stesso tempo un’ottima occasione per cercare di capire meglio una delle principali cause di morte nel mondo. Ma procediamo con ordine.

Che cos’è il cancro?

La parola “cancro” viene utilizzata per identificare un gruppo di malattie caratterizzato da quattro aspetti precisi: una crescita cellulare incontrollata (che genera il tumore primario), la capacità delle cellule di sottrarsi a un processo definito morte programmata o apoptosi, l’induzione dell’origine di nuovi vasi sanguigni (angiogenesi), infine l’abilità di invadere tessuti e organi diversi dal luogo di origine del tumore primario e metastatizzare. Quest’ultima proprietà è ciò che contraddistingue i tumori maligni da quelli benigni: alcune cellule tumorali riescono a penetrare nel sistema circolatorio o linfatico e migrare in altri organi o parti del corpo – come il fegato, le ossa o i polmoni – generando nuovi tumori: le metastasi.

Lo stadio di avanzamento

È questo un primo punto da considerare discutendo dell’efficacia dei trattamenti: ad oggi, un tumore primario a uno stadio precoce e quindi non metastatico ha ottime probabilità di essere curato, il più delle volte grazie a una combinazione di chirurgia, chemio- e radioterapia. E con cura intendo la scomparsa totale dei sintomi, l’eradicazione del tumore e l’assenza di ricadute.

Al contrario, quello che ad oggi riusciamo a fare affrontando un tumore in stadio avanzato che ha generato metastasi è di alleviare i sintomi e di concedere a chi è colpito dalla malattia ulteriore tempo con la miglior qualità di vita possibile. In queste situazioni la risposta al trattamento a questo stadio è estremamente variabile da persona a persona ed è molto difficile prevedere i successivi sviluppi del cancro; allo stesso modo risulta impossibile fare un discorso generale senza prendere in considerazione il tipo di cancro in questione. Arriviamo quindi ad un altro punto fondamentale.

Il cancro NON è una singola malattia ma un GRUPPO di malattie estremamente eterogenee.

Troppo spesso ci si dimentica che la parola “cancro” è un termine generico sotto il quale si raccolgono patologie che, pur avendo in comune le caratteristiche che ho descritto poco sopra, possono essere radicalmente diverse fra loro. Facciamo un esempio: quasi la totalità delle persone con un cancro alla prostata localizzato (lo stadio meno aggressivo) è ancora viva dopo 5 anni (leggi qui), mentre si può dire lo stesso solo del 28% di chi è colpito da cancro al fegato localizzato (leggi).

E queste sono solo delle prime grossolane distinzioni. Spostando il focus dell’indagine dall’organo colpito (polmone, prostata, mammella, colon, etc.) ai meccanismi responsabili della malattia  (leggi il precedente articolo di OWL per un approfondimento sul DNA e sulle mutazioni (leggi), si possono classificare all’interno del medesimo tipo di cancro ulteriori sottotipi di malattia: una delle distinzioni più famose è tra cancro al seno triplo positivo (caratterizzato dall’espressione della proteina HER2, della proteina recettore per il progesterone e di quella recettore per l’estrogeno) e triplo negativo (nel quale nessuna delle precedenti proteine risulta essere espressa). Ciascuno di questi tipi ha delle proprietà specifiche, delle prognosi distinte e viene trattato in maniera diversa.

Quindi, quando qualcuno chiede perché il cancro non è ancora stato curato, la risposta non può che essere una domanda: quale tipo di cancro? Per alcuni tipi di cancro infatti, il trattamento può essere davvero curativo. Un esempio? In circa l’80% dei casi, la leucemia promielocitica acuta può essere curata.

Prevenzione e target therapy

Un fattore che non deve assolutamente essere trascurato è che l’efficacia dei trattamenti è tanto maggiore quanto più il cancro è in uno stadio precoce. Per questo motivo la prevenzione da un lato e l’identificazione precoce dall’altro, sono tra gli strumenti più potenti per combattere queste temibili malattie. Ad oggi, gli esami più diffusi sono il Pap-test e il test per il cancro della cervice, la mammografia per il cancro al seno, la colonscopia per il cancro del colon-retto. Al contempo, è importante coltivare uno stile di vita sano e limitare i fattori di rischio: fare attività sportiva, avere una dieta equilibrata, limitare l’uso di alcol e fumo, usare la crema solare, ridurre i livelli di inquinamento dell’aria. Può sembrare banale, ma più del 30% (leggi) delle morti causate dal cancro potrebbero essere prevenute seguendo questi consigli.

L’altra direzione in cui si stanno muovendo sia la clinica che la ricerca è la cosiddetta “target therapy” o “terapia a bersaglio”. La chemioterapia classica ha come bersaglio caratteristiche comuni a tutti i tumori (generalmente l’altissima proliferazione cellulare), che però sono condivise almeno in parte anche da particolari cellule del nostro corpo, come le cellule epiteliali e del midollo osseo: per questo motivo è una terapia che ha effetti collaterali molto pesanti e spiacevoli. Al contrario, l’idea della target therapy è quella di individuare e andare a colpire meccanismi molecolari che sono specifici del tipo (e sottotipo) di cancro in esame. Quindi non si ricercano più dei farmaci applicabili al trattamento di ogni tumore, bensì farmaci che possano avere grandi effetti in percentuali di ammalati anche minime, come il Crizotinib, usato per trattare un particolare sottotipo di cancro ai polmoni caratterizzato dalla deregolazione della proteina ALK (circa il 5% dei carcinomi polmonari non a piccole cellule).

Eterogeneità e resistenza

Per quanto da ritenersi una vera rivoluzione in campo oncologico, l’efficacia della target therapy nel trattamento di tumori a stadi molto avanzati e metastatici è generalmente tangibile ma, purtroppo, di breve durata. Ciò accade perché i tumori, specialmente quelli solidi, sono caratterizzati da un genoma estremamente instabile e in continua evoluzione; come risultato, essi sono eterogenei, cioè presentano al loro interno sotto-popolazioni di cellule che hanno accumulato diversi tipi di mutazioni.

Nel caso di un un cancro metastatico, le cellule che formano il tumore sono talmente eterogenee e hanno alterato così tanti dei normali meccanismi cellulari che la probabilità che alcune di loro risultino insensibili a un determinato farmaco è altissima, un po’ come accade per i batteri che sviluppano resistenza a un antibiotico (leggi). Questo significa che, nella maggioranza dei casi e per le conoscenze di cui disponiamo, un approccio di tipo target applicato a tumori metastatici è in grado di allungare la vita di un paziente, anche considerevolmente, ma solo raramente di curarlo.

In conclusione

Il cancro è un gruppo di malattie molto, molto complesso, è difficile da studiare ed è ancora più difficile da trattare. Dire che non è possibile curare il cancro è un’affermazione sbagliata nella sua stessa premessa di considerare il cancro come un’unica malattia. Come abbiamo visto, alcuni tipi di cancro possono davvero essere curati: purtroppo, questi casi sono ancora relativamente pochi. Ma non dobbiamo disperare: la ricerca sul cancro e la clinica hanno fatto passi da gigante negli ultimi 20 anni, la percentuale di sopravvivenza a queste malattie è in continuo aumento, specialmente nel campo pediatrico, ed è ulteriormente alimentata dalle nuove tecnologie e da nuove scoperte.

Dennis Pedri

Fonti

Cancer.org

www.who.int

Hanahan D et al (2011) Hallmarks of cancer: the next generation. Cell. 2011 Mar 4

Breastcancer.org

Coombs CC et al (2015) Acute promyelocytic leukemia: where did we start, where are we now, and the future. Blood Cancer J. 2015 Apr 17

Fda.gov/drugs

Scienceblogs.com

 

Pubblicato su l’Adige il 22/12/2015

Posted on

Gli antibiotici, la nostra difesa per il futuro

Gli antibiotici, la nostra difesa per il futuro

Proviamo per un momento a immaginare di vivere in un mondo senza antibiotici, la qualità e le aspettative di vita sarebbero molto ridotte. Le malattie di origine batterica sarebbero molto difficili da combattere, infezioni apparentemente banali, come un mal di gola, diventerebbero fatali. In questo mondo un’operazione di routine come l’asportazione dell’appendice o una semplice sutura sarebbero accompagnate da gravi complicazioni. Il parto si trasformerebbe in un pericolo sia per la madre che per il nascituro. In un mondo, in cui i batteri regnano sovrani, lascereste giocare i vostri bambini nei parchi alla loro mercè? Vi fareste un’operazione?

Vi chiederete perché pensare a un mondo così catastrofico. Uno scenario simile non è così lontano e surreale: stiamo entrando nell’era post-antibiotica.

Gli antibiotici sono molecole che uccidono i batteri: interferiscono con i processi fondamentali per la loro sopravvivenza e moltiplicazione. In sostanza, aumentano la capacità del nostro corpo di difendersi dai batteri “cattivi”. In un mondo senza antibiotici non avremmo armi sufficienti per difenderci dai batteri e il nostro corpo non potrebbe essere protetto correttamente dai loro attacchi. Proprio per le loro proprietà gli antibiotici sono considerati farmaci di grandissimo rilievo e rientrano tra i medicinali più prescritti al mondo. Nonostante la loro importanza se usati in maniera scorretta e se assunti senza un motivo medico valido, possono portare alla nascita di “super” batteri resistenti agli antibiotici.

Gli antibiotici di origine naturale vengono prodotti dai batteri come arma per combattere le altre specie; quest’ultime a loro volta hanno sviluppano dei meccanismi per diventare immuni a agli attacchi. Questa capacità di sopravvivere agli antibiotici è definita resistenza e risiede nell’informazione genetica dell’organismo. I batteri con tale capacità sono pochi rispetto a quelli che non la possiedono: la costante messa in atto di questi meccanismi di difesa richiede molta energia. In presenza dell’antibiotico i batteri che non possono difendersi muoiono, mentre i batteri resistenti riescono a sopravvivere. Questi batteri diventeranno la maggioranza e potranno trasmettere la loro capacità di difesa. I batteri possiedono diversi meccanismi per trasmettere la loro informazione genetica, a differenza di noi animali possono passare il loro corredo genetico sia ai loro discendenti che agli individui della stessa generazione. Grazie a queste capacità di trasmissione la resistenza si può diffondere tra i batteri velocemente e in modo incontrollato.

 

La resistenza rappresenta per noi un enorme minaccia perché rende inefficienti gli antibiotici e ci riporta a prima della loro scoperta con un tuffo nel passato di almeno settant’anni, in una situazione catastrofica molto simile a quella che abbiamo immaginato all’inizio. Per evitare questo destino diventa fondamentale utilizzare gli antibiotici in maniera corretta, seguendo i consigli del medico che saprà guidarci nel loro utilizzo. In particolare è importante ricordare di seguire le dosi prescritte, di non interrompere il trattamento in anticipo e soprattutto di non assumerli di nostra iniziativa. Inoltre gli antibiotici sono efficienti solamente contro le malattie di origine batterica e non vanno mai assunti per combattere malattie virali, come l’influenza e il raffreddore. Nel prossimo articolo vi parleremo di come è possibile affrontare questa minaccia.

Elisa Godino, Veronica Pinamonti 

 

Link utili e fonti: 

ecdc.europa.eu/it/EAAD/Pages/Home.aspx

Rustam I. Aminov1, A Brief History of the Antibiotic Era: Lessons Learned and Challenges for the Future,Front Microbiol. 2010.

www.wired.it/scienza/biotech/2013/12/11/mondo-senza-antibiotici-batteri/

 

Pubblicato su L’Adige il 24/03/2015

Posted on

Il fumo negli occhi

Il fumo negli occhi

Molla le chiavi sul divano e va verso il balcone. Aspetta questo momento da tante ore e non vede l’ora di potersi gustare fino all’ultima boccata. Si palpa le tasche ma non trova nulla. Si ricorda improvvisamente di aver lasciato il pacchetto in cucina la mattina stessa. Eppure difficilmente se ne dimenticava: forse anche per questo oggi è più nervoso del solito. Eccole, sul tavolo. Simone prende il pacchetto senza neanche guardarlo, senza neanche leggere “IL FUMO UCCIDE”. Perché mai dovrebbe leggerlo? Tira fuori una sigaretta e sbuffa un po’. Si innervosisce ancora di più a pensare che il costo della sua marca preferita è aumentato da qualche mese. Non è il periodo adatto per spendere tanti soldi, pensa.

Ogni volta ci pensa ed ogni volta se ne frega. Va fuori sul balcone e si accende quella dannata sigarettaMpah. La prima boccata dopo tanto tempo è sempre la migliore. Aveva letto qualcosa riguardo all’effetto delle sigarette sul cervello. Mpah. Qualcosa riguardo la nicotina in grado di aumentare l’intensità e la durata dell’effetto stimolante e allo stesso tempo rilassante della dopamina. Roba da dottori. Lui si sentiva bene e basta. Mpah. Gli era stato detto che crea dipendenza, che il corpo ne vuole sempre di più. Ma lui è diverso e può smettere quando vuole. Solo che gli piace, perché dovrebbe smettere? Mpah. Comincia a pensare alla prima volta che ha fatto un tiro, parecchio tempo fa. Forse aveva qualche anno in più di suo figlio che ora va in quinta elementare. Pensava fosse solo una ragazzata, una delle tante braverie alle spalle dei genitori. E invece gli era piaciuto. Gli era piaciuto anche il secondo, e il terzo…lo faceva anche il più popolare nella scuola, perché non avrebbe potuto farlo anche lui? Nessuno si era mai opposto con fermezza. Sì, qualche discussione a scuola, una sgridata dei genitori, qualche nota sul libretto ma niente di più. Insomma, perché stupirsi. Era normale no?

Dring. Il telefono suona insistentemente. Simone non ha voglia di entrare a rispondere, vuole finirsi la sigaretta. Potrebbe però essere una questione importante, magari era una chiamata dal suo medico. L’ultima volta che lo aveva incontrato era stato per una visita veloce a causa di una tosse secca che non voleva lasciarlo in pace. Non era stata così veloce dopo tutto. Dopo aver scoperto il suo vizio con le sigarette, il dottore lo aveva avvertito di molte cose e che forse quella tosse non era nulla di buono. Aveva cominciato a parlagli di molte cose. Aveva scoperto che il fumo è associato con una maggiore probabilità di cancro a laringe, esofago, vescica e tanti altri che ora non ricorda.

Gli è rimasto impresso però che il rischio di contrarre cancro ai polmoni è circa 25 volte superiore nei fumatori rispetto ai non fumatori. Ma poteva essere solo tosse. Gli aveva chiesto anche se sua moglie era incinta: infatti, a detta del medico, il fumo passivo può compromettere la produzione ormonale nella donna diventando pericoloso per la salute della madre e del feto. Addirittura il fumo può danneggiare il DNA negli spermatozoi facendolo diventare quasi sterile. Lui, sterile, impossibile. Lo aveva avvisato che nella sigaretta ci sono più di 70 componenti tossici che si trovano,per esempio, anche negli insetticidi. La cosa che lo aveva più infastidito era quell’ossessione del medico nell’ascoltare il battito del cuore. Un uomo così forte, pieno di vita, con un cuore che funziona poco? Eppure il dottore gli aveva detto che il fumo può portare a danni ai vasi sanguigni, trombosi, e anche all’infarto.

Fumando, il rischio, aumenta da 2 a 4 volte. Ma poteva essere solo tosse. Dring. Con passo veloce si dirige in soggiorno e si lancia sul divano per rispondere al telefono. Buongiorno, sono il dottore. Poche parole ma molto chiare: è solo tosse. Un sorriso beffardo gli si scolpisce in volto. Il dottore continua a parlare, sembra intenzionato a riprendere la ramanzina interrotta l’ultima volta. Simone non vuole essere scortese ma si sta annoiando. Tanto è solo tosse. Accende la TV e si sintonizza sul telegiornale. La ragazza nello schermo continua a parlare della crisi economica e che siamo senza soldi: il sistema sanitario è in rosso. E circa 7 miliardi di euro, a livello nazionale, sono spesi per curare malattie derivanti dal consumo di tabacco? Interessante. Beh io a quanto pare non faccio testo, pensa. Intanto il dottore continua a parlare di malattie associate al fumo: tubercolosi, cataratte, diabete mellito di tipo 2, danni al sistema immunitario…la sua voce si perde di nuovo con quella della giornalista.

Il Ministero della Salute intende aumentare i luoghi in cui sarà vietato fumare e aumentare le accise sui pacchetti di sigarette. Quindi non è solo un problema mio, pensa. Il dottore intanto lo informa di vari metodi per provare a smettere cercando di assumere comunque nicotina. Giusto per evitare di perdere i nervi. Sigarette elettroniche, pastiglie di tabacco, acqua alla nicotina. Roba interessante, ma non è una vera sigaretta. In TV il servizio di salute è già finito e partono gli aggiornamenti sul reality del momento. Al mondo, la questione del fumo, non sembra interessare granché dopotutto. Dalla cornetta continuano ad uscire parole che sembrano giungere ad una conclusione. Il dottore lo prega di smettere, per il suo bene. Ma lui sta bene. In fin dei conti, PER ORA, ha solo tosse. Mpah.

Alla prossima, Simone Detassis

Pubblicato su L’Adige il 03/03/2015

Posted on

Il gelo della SLA

Il gelo della SLA

Nel 2014 il web è stato inondato da video di persone che si lanciavano secchi di acqua gelata in testa: la famosa Ice Bucket Challenge. Scopriamo allora cosa si nasconde dietro l’acqua gelida e le divertite facce degli sfidanti. Tralasciando la storia della sfida – oltretutto facilmente reperibile su Wikipedia (link) – concentriamoci sul suo significato. ALS Ice Bucket Challenge è una sfida (non dico “era” perché anche se è passata di moda nulla vieta di rifarla, anzi!) con lo scopo di aumentare la consapevolezza riguardo la sclerosi laterale amiotrofica (SLA, in inglese ALS, Amiotrophic Lateral Scleorosis). Il gesto vuole farci capire quale sia il suo impatto sulla vita di tutti i giorni ed è stato scelto perchè il ghiaccio dovrebbe simulare parzialmente ciò che prova un malato di SLA: dolore e intorpidimento. Come ammette la stessa ALS association questo metodo ha funzionato grandiosamente: nell’agosto 2014 sono stati raccolti circa 13 milioni di dollari, una bella cifra se comparati ai 1.7 milioni raccolti nello stesso periodo nel 2013.

Cos’è la SLA? Da cosa è causata? 

La sclerosi laterale amiotrofica è una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce principalmente i motoneuroni. Questi ultimi formano una sorta di ponte tra cervello, colonna vertebrale e muscolipermettondo ogni nostro movimento volontario, dal camminare ai gesti quasi automatici, come il deglutire.

La degenerazione dei motoneuroni è dovuta ad un loro inefficiente mantenimento: il termine “amiotrofica”, che deriva dal greco, indica proprio questa disfunzione. “a-”è un prefisso negativo, “-mio-“ significa muscolo e “-trofica” sta per“sostentamento”. Negli individui affetti da SLA, i motoneuroni perdono la capacità di mandare segnali ai muscoli, i quali diventano sempre più piccoli e smettono infine di funzionare. La malattiacomincia con un semplice indebolimento muscolare, poi progressiva incapacità motoria, perdita funzionale del diaframma e dei muscoli della parete toracica fino all’impossibilità di respirare (se non attaccati ad una macchina) ed infine la morte.

La maggior parte dei casi di SLA compare in maniera sporadica. Nel 10-15% dei pazienti, però, presenta forme familiari, ovvero, ereditate. Il problema deriva da una informazione non corretta trasmessa dai nostri geni. Cosa vuol dire? E soprattutto, cosa sono i geni? Ogni cellula del nostro corpo possiede tutte le informazioni necessarie per sopravvivere, dividersi e svolgere i propri compiti all’interno di un sistema molto complesso: queste ed altre informazioni sono contenute nel DNA. Possiamo immaginarci il DNA come una sorta di ricettario e i nostri geni come le ricette che possono essere preparate. Ora, se la nostra ricetta per la torta fosse sbagliata e al posto di 100g di burro ci mettessimo 100g di sale credo converrete con me che il risultato sarebbe disastroso. Così accade quando il nostro DNA possiede qualche informazione sbagliata: le istruzioni che ne derivano portano ad uno sbilanciamento nel fine equilibrio che mantiene la cellula (e il nostro corpo) in salute.

Attraverso la ricerca di base sono state trovate alcune risposte. Negli ultimi decenni si è fatta luce su alcuni geni importanti coinvolti in questa terribile malattia che è spesso considerata (sia per i casi sporadici che per quelli familiari) una proteinopatia, ovvero dovuta principalmente alla produzione e alla possibile aggregazione di proteine caratterizzate da una conformazione non corretta. Ogni proteina infatti ha una sua conformazione precisa, come la ha ogni oggetto che abbiamo in casa. Prendiamo come esempio una porta. Ogni componente deve essere al suo posto: se la maniglia fosse vicina ai cardini invece che essere sul lato opposto, la porta verrebbe meno alla sua funzione. Così succede per le proteine, le quali, perdendo la loro corretta conformazione perdono funzionalità o peggio ancora, ne acquistano una negativa.

Conosciamo alcuni geni che, mutati, sono causa (spesso non sufficiente) della malattia, come SOD1, responsabile normalmente di distruggere i radicali superossidi, ovvero entità molecolari molto reattive che possono risultare pericolose, se in eccesso, per le nostre cellule. Scoperta la causa, si può cercare una cura, direte. Purtroppo non è così. Un altro gene coinvolto è TDP-43, responsabile della lettura dell’informazione dei geni. Altri ancora sono FUS e C9orf72 e…e…tanti altri. Veramente tanti. Non solo i geni coinvolti sono molteplici e diversi fra loro, ma diversi sono anche i tipi cellulari in cui è implicata la malattia: non si tratta solo dei motoneuroni. Se prima si pensava che la SLA fosse neurocentrica e che l’alterazione muscolare ne fosse una conseguenza, ora si crede che anche altri tipi cellulari siano coinvolti nella degenerazioni dei motoneuroni. Una lotta conto l’Idra: abbattiamo una testa e ne spuntano altre due.

Possiamo combatterla? 

Tutt’ora non esiste una cura per la SLA. Diversi approcci in via di sviluppo mirano a migliorare le condizioni dei pazienti attraverso iniezioni di cellule staminali. Questa tecnica, per ora, è stata vista essere piuttosto efficace sui topi e sono quindi iniziati alcuni trial clinicisull’uomo. Tuttavia, la maggior parte di essi sono ancora nella prima fase degli studi, ovvero se ne sta testando, per il momento, solo la sicurezza. Nel caso questa sia dimostrata, si procede con test più specifici sull’efficacia., ma per il momento i risultati sono ambigui. Infatti, pur sembrando essere sicuri, i trattamenti hanno mostrato un effetto benefico minimo o quasi nullo in alcuni casi. Certo, non c’è da disperare, questo tipo di terapia sembra essere molto promettente,ma per il momento non c’è niente di assodato, e ci vorranno anni prima di ottenere dei risultati definitivi. Ci tengo a precisare che gli studi che utilizzano cellule staminali non hanno niente a che fare con le pseudoricerche NON SCIENTIFICHE di cui abbiamo sentito parlare nell’ultimo anno in varie trasmissioni e nelle aule di tribunale. Purtroppo in questi anni abbiamo dimostrato più volte di essere un popolo credulone o meglio, cambiando punto di vista, un popolo furbo che sa giocare sulla disperazione altrui. Per questo motivo scrivo dando poche certezze. Dobbiamo essere molto cauti.

Per chi volesse approfondire, vi lascio con il link dell’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica (www.aisla.it/) dove potete trovare ulteriori informazioni. Soprattutto potete DONARE una piccola somma alla ricerca. Non sarà mai poco. Ricordate che l’acqua gelata, come la moda sui social network, scivola via. La SLA no.

Alla prossima,  Simone Detassis

LINK UTILI E FONTI

https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT02193893?term=ALS&rank=5 

http://www.aisla.it/ 

http://www.alsa.org/ 

Changsung Kim, Hee Chul Lee, Jung-Joon Sung [Amyotrophic Lateral Sclerosis – Cell Based Theraphy and Novel Therapeutic Development] – Experimental neurobiology – Sep. 2014

M. Galbiati, V. Crippa, P. Rusmini, R. Cristofani, M.E. Cicardi, E. Giorgetti, E. Onesto, E. Messi, A. Poletti – [ALS-related misfolded protein management in motor neuron and muscle cells] – Neurochemistry International – 2014

Posted on

Ebola #02: Perché è un’emergenza e perché non bisogna averne paura

Ebola #02: Perché è un’emergenza e perché non bisogna averne paura

Il 6 dicembre 2013, dopo aver contratto lo Zaire ebolavirus EBOV, moriva in Guinea un bambino di due anni, considerato il paziente zero dell’attuale epidemia che ha colpito l’Africa occidentale. Quasi quattro mesi più tardi, l’Organizzazione mondiale della sanità ha rilasciato il primo comunicato ufficiale riguardante la diffusione del ceppo virale e da quel momento la copertura mediatica per il caso ebola è andata sempre in crescendo, di pari passo col diffondersi della malattia. Cerchiamo allora di capire cosa rende l’ebola meritevole di tanta attenzione.

Il primo termine che viene associato all’ebola è ormai epidemia, una parola che indica il contagio estremamente rapido (generalmente due settimane) di un alto numero di persone: ad oggi infatti, i casi registrati a partire da dicembre sono più di tredicimila. Parafrasando le parole dell’OMS, l’ebola è attualmente la più grande emergenza per la salute pubblica e rappresenta una delle più gravi epidemie dei tempi moderni. I motivi principali sono due: la letalità del virus e la rapida diffusione che ha avuto negli ultimi mesi.

PUBBLICITÀ

I sintomi causati dal virus, come spiegato nell’articolo precedente, sono spesso letali, soprattutto a causa della mancanza di una cura specifica. Esistono tuttavia delle misure che possono aumentare la probabilità di sopravvivenza del paziente, in particolare il reintegramento dei fluidi per via orale o endovenosa. A questo proposito merita un appunto l’indice di letalità del virus, attestato al 71 % : questo numero rappresenta la percentuale di persone che sono decedute in seguito all’esposizione al virus, ma è importante specificare che si tratta di una media fra diverse zone geografiche e quindi che oscilla molto a seconda del paese che viene considerato. Per esempio, in Nigeria l’indice scende al 46%, soprattutto grazie alla ridotta diffusione del virus (solo 20 casi registrati) e ai diversi mezzi a disposizione tra un paese emergente come la Nigeria e uno dei venti stati più poveri del mondo, come la Guinea-Bissau, dove l’indice raggiunge il 72%.

Parliamo ora della frequenza di trasmissione del virus: una persona colpita dall’ebola infetta in media altre due persone. Si tratta di un numero relativamente basso, se paragonato ad altri agenti infettivi, come il virus del morbillo o quello parotitico (che causa la malattia comunemente nota con il nome di orecchioni). Allora perché l’ebola si è diffusa così largamente e in maniera così rapida?

La risposta è da ricercare nel sistema sanitario e nella modalità di trasmissione del virus. Nelle zone colpite, la trasmissione è stata alimentata dalla mancanza delle misure più basilari di controllo infettivo ed igienico, ad esempio l’utilizzo di guanti protettivi e del camice, o il semplice lavarsi le mani. Un fattore chiave è stato ricoperto anche dalla difficile comunicazione con le popolazioni locali e dall’incapacità di contenere la paura di massa: sono noti casi di gruppi che hanno minacciato il personale medico o danneggiato le strutture ospedaliere. In particolare, sembra impossibile superare la barriera culturale riguardante le tradizioni funerarie, che comprendono l’abluzione del defunto. Quest’usanza può trasformare i funerali in focolai: in Sierra Leone sono stati schedati più di 300 casi di infezione che fanno riferimento ad un unico servizio funebre.

Con queste premesse, è evidente che lo sviluppo dell’ebola in una pandemia che colpisca anche i paesi occidentali è estremamente improbabile. Ricordiamo che il virus dell’ebola si trasmette attraverso i fluidi corporei e solo quando una persona mostra i sintomi della malattia, ossia dopo un periodo compreso fra due e venti giorni di incubazione. In un sistema sanitario efficiente, una persona colpita dal virus viene isolata rapidamente e la diffusione del morbo viene così interrotta sul nascere; inoltre vengono eseguiti dei controlli sulle persone che potrebbero aver contratto la malattia prima del ricovero del paziente zero, ma che probabilmente non sono ancora contagiose. Attenzione, non vogliamo minimizzare il problema, ma è necessario contestualizzare i fatti che vengono presentati: la paura diffusa dai media di una possibile epidemia di ebola in Europa o negli Stati Uniti è del tutto fuori luogo. Ciò non toglie che l’attuale emergenza ebola nell’Africa occidentale sia diventata drammatica e necessiti del supporto dell’intera comunità internazionale.

Anche la ricerca sta dando il proprio contributo per vincere la battaglia contro l’ebola. Attualmente si stanno sviluppando diverse cure sperimentali, ma non si è ancora arrivati a superare la fase uno del trialclinico, ossia lo studio della sicurezza del farmaco. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il trattamento più promettente è la trasfusione di siero sanguigno dai pazienti sopravvissuti all’ebola: l’obiettivo sarebbe quello di trasferire gli anticorpi contro il virus, ma l’efficacia di questa terapia è ancora in discussione.

In parallelo, si sta tentando di trovare un vaccino: il centro di ricerca in pole position ha iniziato a settembre la fase uno del trial clinico del vaccino chiamato cAd3-ZEBOV. Il principio di base è quello di ingegnerizzare un virus innocuo per l’uomo ma che esprima delle glicoproteine tipiche dell’Ebolavirus, in modo che il sistema immunitario sviluppi degli anticorpi in grado di neutralizzare entrambi gli agenti virali. Questo è possibile perché la parte cosiddetta adattativa del nostro sistema di difesa è in grado di “ricordare” ciò che ci ha infettati. Quindi il concetto del vaccino è dare al nostro corpo qualcosa di innocuo che possa essere memorizzato e quindi prontamente riconosciuto in caso di un infezione del virus reale. Al contempo ci sono altri studi in corso: ad esempio BARDA (l’organo statunitense che si occupa delle emergenze sanitarie) ha stanziato 5.8 miliardi di dollari alla società Profectus BioSciences affinché sviluppi un vaccino contro l’ebola. Anche in Italia lo sforzo congiunto di due aziende, la Okairos e la IRBM, ha portato allo sviluppo di un potenziale vaccino, che dopo essere stato testato con successo su alcuni esemplari di macachi, è attualmente in fase di sperimentazione clinica sugli umani.

Se una di queste ricerche andrà a buon fine, l’emergenza ebola potrà finalmente considerarsi conclusa.

Dennis Pedri

Fonti:

http://www.who.int/csr/disease/ebola/en/

http://www.cdc.gov/vhf/ebola/

WHO Ebola Response Team (2014) Ebola Virus Disease in West Africa – The First 9 Months of the Epidemic and Forward Projections. N Engl J Med 2014; 371:1481-1495

Jean-Philippe Chippaux (2014) Outbreaks of Ebola virus disease in Africa: the beginnings of a tragic saga. J Venom Anim Toxins Incl Trop Dis.; 20(1): 44.

Derek Gatherer (2014) The 2014 Ebola virus disease outbreak in West Africa. J Gen Virol.; 95(Pt 8):1619-24.

Stanley et al. (2014) Chimpanzee adenovirus vaccine generates acute and durable protective immunity against ebolavirus challenge. Nat Med.;20(10):1126-9.

Michaeleen Doucleff (2014) No, Seriously, How Contagious Is Ebola?

http://www.npr.org/blogs/health/2014/10/02/352983774/no-seriously-how-contagious-is-ebola

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:2014_ebola_virus_epidemic_in_West_Africa.svg

Pubblicato su L’Adige il 27/01/2015

Posted on

EBOLA #1 Che cosa sappiamo sull’ebola?

EBOLA #1 Che cosa sappiamo sull’ebola?

Ebola Virus at 108,000 Magnification

Cinque domande per comprendere al meglio l’emergenza che in questi ultimi mesi sta interessando il nostro pianeta.

Molte sono le parole che ci possono tornare in mente per riassumere quello che è stato il 2014. Una tra tutte, che ha fatto smuovere persone, organizzazioni e perfino interi paesi, è “ebola”.

Secondo WIRED e Google, ebola è stata la parola più cercata sul web dagli italiani nel corso dell’estate passata. Nei social network la questione è diventata virale. Grazie alla velocità e alla facilità nell’utilizzare questi mezzi, migliaia di utenti ogni giorno contribuiscono ad alimentare l’allarmismo e la disinformazione, che, purtroppo, si sono diffusi quasi più velocemente del virus che ha colpito l’Africa occidentale.
Quotidianamente abbiamo a che fare con le notizie riguardanti l’attuale epidemia di ebola, ma quanto conosciamo veramente il protagonista della vicenda?

Grazie alle risposte di cinque semplici domande, scopriremo come mai il virus dell’ebola è diventato così tristemente famoso negli ultimi mesi e cercheremo di sfatare eventuali dubbi o allarmismi, in modo da poter affrontare questo argomento più preparati di prima.

Che cos’è l’ebola?

Il nome Ebolavirus, è composto dalle parole ebola, che deriva dal nome di un fiume della Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), e virus, che ne descrive la sua natura. Con virus intendiamo un agente infettivo di dimensioni microscopiche costituito da materiale genetico che rappresenta una sorta di codice dove sono mantenute le informazioni necessarie per compiere il suo ciclo replicativo e da un rivestimento protettivo di proteine. I virus sono classificati in base alle caratteristiche del materiale genetico che trasportano ed esistono attualmente sette gruppi di appartenenza. Secondo il Comitato Internazionale per la Tassonomia dei Virus (ICTV), Ebolavirus appartiene al gruppo V, cioè dei virus a RNA a singolo filamento negativo. Appartenenti a questo gruppo sono anche il virus del morbillo, della parotite epidemica e della peste bovina.
Al giorno d’oggi si conoscono cinque specie di Ebolavirus, nominate secondo il luogo dove sono state scoperte: Bundibugyo ebolavirus, Reston ebolavirus, Sudan ebolavirus, Taï Forest ebolavirus e Zaire ebolavirus. Lo Zaire ebolavirus è il responsabile dell’epidemia dello Zaire del 1976 e dell’attuale epidemia in Africa occidentale. Attualmente lo Zaire ebolavirus è costituito da un solo ceppo, chiamato EBOV, noto comunemente con il nome Ebola virus.

Come si trasmette?

L’Ebola virus si può trasmettere mediante contatto diretto con sangue, tessuti, organi, escrementi o fluidi corporei di animali infetti. Si pensa che l’infezione attuale sia iniziata proprio dalla manipolazione di scimmie, antilopi, istrici, gorilla, scimpanzé o pipistrelli della frutta trovati morti o catturati all’interno delle foreste dell’Africa centrale. Si ritiene che l’ipotetico paziente zero dell’attuale epidemia facesse parte di una famiglia di cacciatori di pipistrelli.
Una volta avvenuto il primo contatto con un umano, il virus si può diffondere con più facilità all’interno della popolazione. La trasmissione avviene, come per il contatto con gli animali, attraverso il sangue e i fluidi corporei di una persona (urina, feci, saliva e sperma). La trasmissione dell’Ebola virus NON avviene attraverso le zanzare e la manipolazione di denaro.
Le persone maggiormente a rischio sono: i familiari a contatto con le persone infette, gli operatori sanitari delle strutture di cura, personale adibito al trattamento dei corpi infetti e cacciatori della foresta pluviale per la possibile vicinanza con animali vivi e morti infetti.
Il periodo di incubazione dell’Ebola virus si estende dai 2 ai 21 giorni e i pazienti sono considerati contagiosi fino a quando il virus è presente nel sangue e nei fluidi corporei.

Qual è la storia del ceppo?

La prima apparizione dello Zaire ebolavirus risale al 1976 nello Zaire dove provocò 331 decessi su 600 persone colpite. Il giovane ricercatore Peter Piot, assieme ai suoi colleghi, si interessò di questa nuova malattia aspettandosi di scoprire un nuovo ceppo di febbre gialla, molto comune nei paesi africani. Si fece spedire campioni di sangue infetto nel suo laboratorio in Belgio e iniziò gli studi. I risultati portarono alla luce che non si trattava di febbre gialla ma di qualcosa di sconosciuto. I ricercatori iniziarono a pensare di trovarsi di fronte ad una nuova malattia contro la quale il laboratorio belga non era attrezzato.
Poco dopo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ordinò al gruppo di ricerca belga di trasportare immediatamente i campioni a Porton Down (Inghilterra) e Atlanta (USA) in laboratori più adatti. I risultati furono finalmente analizzati: la nuova malattia scoperta nello Zaire è causata dal virus più lungo mai osservato a forma di verme, molto simile ad un altro virus conosciuto, il Marburg, che uccise diversi ricercatori di un gruppo tedesco qualche anno prima a causa di un incidente di laboratorio. Il virus prese quindi il nome della zona dove fece la sua prima comparsa.
A distanza di 38 anni dalla sua prima apparizione, il virus continua ancora ad uccidere: in totale sono stati 21.261 i casi registrati, a cui sono seguiti 8414 decessi.
(Fonte WHO, 14 Gennaio 2015)

Quali sono i sintomi?

I sintomi iniziali causati dall’Ebola virus sono visibili ma spesso sottovalutati. La persona infetta sviluppa inizialmente una febbre improvvisa, mal di gola, dolori muscolari, mal di testa e debolezza generale.  Conseguentemente, si riscontra l’insorgere di vomito, diarrea e nausea per una fase che può durare fino a 10 giorni circa.
La malattia prosegue il suo corso con la comparsa di emorragie interne ed esterne, disturbi renali ed epatici, disfunzioni respiratorie e del sistema nervoso.
Il decesso del malato avviene a causa della disidratazione e per i danni interni al corpo dovuti alle emorragie e gravi disfunzioni degli organi.

Come prevenire il contagio?

L’Ebola virus di per sé è poco resistente: la luce solare e un clima secco consentono al virus di sopravvivere per poco tempo all’esterno di un portatore, mentre l’utilizzo di saponi e candeggina per lavarsi o pulire indumenti contaminati basta ad uccidere questo organismo.
Al momento purtroppo non esiste un vaccino approvato in via definitiva contro l’Ebola virus. Le procedure da eseguire per aumentare la probabilità di sopravvivenza sono: idratare la persona malata, mantenere stabili i livelli di ossigeno nel sangue, limitare eventuali complicazioni dovute da infezioni e controllare la pressione arteriosa. Naturalmente queste procedure devono essere eseguite in locali medici appositamente preparati per evitare che il contagio si propaghi all’esterno, infettando il personale o altri ricoverati.

Nel prossimo articolo parleremo in specifico del pericolo dell’Ebola oggi: perché è un’emergenza e perché non bisogna averne paura.

Michael Broccardo

Fonti:

http://www.cdc.gov/vhf/ebola/
http://www.nlm.nih.gov/medlineplus/ency/article/001339.htm
http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs103/en/
http://www.livescience.com/topics/ebola-outbreak/  
http://apps.who.int/gho/data/view.ebola-sitrep.ebola-summary-20150114?la…

 

Pubblicato su L’Adige il 19/01/2015