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I vaccini funzionano. Punto

I vaccini funzionano. Punto

In seguito ai recenti articoli de l’Adige riguardanti la questione dei vaccini (eccone uno e qui l’altro) anche noi di OWL abbiamo sentito il dovere di esprimere le nostre convinzioni, o meglio i fatti di cui esistono prove ben documentate. Consiglio in primis di leggere l’editoriale del dott. Pedrotti (lo trovate qui), preciso e puntuale nelle risposte; io cercherò di rimarcare alcuni nodi chiave e lo farò con uno stile personale, probabilmente poco “politically correct”, ma sono davvero esausto di sentire le false credenze diffuse dagli anti-vaccinisti. Per intenderci, siamo ai livelli di complottisti, diete basiche, omeopati e credenti delle scie chimiche: il problema però è ancora più grave, perché mettendo in dubbio l’efficacia o la sicurezza dei vaccini si gioca con la salute, la propria e quella delle persone che ci circondano.

Ora, non conosco bene l’associazione “Vaccinare informati”, né conosco la sua presidente, la signora Filippi, ma è importante sottolineare come abbia esposto idee sbagliate e potenzialmente omicide. Leggo che ciò che desidera questa associazione sarebbe “un tipo di informazione corretta e completa”, quello che vogliamo anche noi di OWL, un’associazione di divulgazione scientifica: il problema è che un confronto serio è possibile solo se è presente l’obiettività dei dati scientifici. Parlo di numeri, prove nero su bianco che i vaccini funzionano e che sono una delle più grandi conquiste nella storia dell’uomo. Se si chiudono gli occhi davanti alle dimostrazioni portate da migliaia di articoli scientifici e decine di anni di studio tanto vale parlare delle mezze stagioni, del trentesimo scudetto della Juventus o di chi ha truccato l’ultimo Sanremo.

Non per niente, nell’Italia di oggi va molto di moda parlare a sproposito e sostenere la propria opinione ad ogni costo, anche in merito ad argomenti che non ci competono; tuttavia, l’efficacia e la necessità dei vaccini non possono essere materia di opinione personale. È importante ribadirlo: i vaccini funzionano e non causano l’autismo e chiunque dica il contrario è un ignorante o è in malafede. Possono, questo sì, causare effetti collaterali di entità limitata (come mal di testa, febbre, nausea), caratteristica che hanno in comune con qualsiasi farmaco esistente. Possono anche essere correlati a complicanze più gravi (come una reazione allergica): stiamo parlando di circostanze estremamente rare (numeri quali una persona ogni centomila o ogni milione), in alcuni casi così rare da non poter dedurre se il problema sia stato causato dal vaccino o sia dovuto al caso. In sintesi, è molto più probabile che una persona non vaccinata si ammali, piuttosto che sia soggetta alle complicazioni in seguito alla somministrazione di un vaccino, i cui effetti collaterali sono comunque meno gravi della malattia che vanno a prevenire.

Ora diamo un’occhiata a quest’immagine, creata dal designer Leon Farrant sulla base dei dati del Centers for Disease Control & Prevention.

Prende in considerazione il parametro “morbidity” (una misura dell’incidenza di una malattia all’interno di una popolazione) prima e dopo la diffusione del relativo vaccino. Forse questo grafico, più di tutti, riesce a dare un’idea dell’importanza vitale e dell’efficacia dei vaccini, che ci hanno permesso di debellare o contrastare malattie mortali, potenzialmente tali o fortemente debilitanti, come il vaiolo, la pertosse, la difterite, il morbillo e altre ancora; si tratta di percentuali di riduzione che vanno dal 74 al 100%. Nei casi in cui invece la diffusione della vaccinazione viene a mancare ecco che subito la malattia riemerge: è successo con gravi epidemie di difterite nell’ex-URSS a metà degli anni novanta, o con svariati casi di morbillo in UK e USA, rispettivamente nel 1998 e 1980. Questo scenario non è così distante dalla nostra realtà quotidiana come potrebbe sembrare e rischia seriamente di ripetersi anche in Italia nel prossimo futuro, qualora la propaganda anti-vaccinista dovesse avere successo.
Voglio spendere un altro minuto sulla questione della libertà di scelta: quando mancano argomenti validi a sostegno della propria tesi si cerca spesso di infarcire il discorso con queste parole altisonanti e sviare il dibattito su questioni molto più generali che comprendono solo limitatamente il nucleo della discussione. Non prendiamoci in giro: la libertà di un individuo finisce dove inizia quella di un altro.

Nello specifico:
1) Una persona non vaccinata è un pericolo per chi non si è potuto vaccinare: persone con specifiche allergie, individui immunosoppressi, bambini nei primi mesi d’età non ancora vaccinati. Vaccinarsi (o vaccinare i propri figli) non è una decisione personale, ma influenza tutta la comunità con cui si è a contatto: menziono a questo proposito l’immunità di branco, una forma di immunità che avviene quando la maggior parte della popolazione è vaccinata e che fornisce una protezione anche a chi non lo è.
2) Un infante non è in grado di scegliere per sé stesso e deve essere tutelato. Da chi? Dallo Stato. Sulla base di cosa? Di evidenze scientificamente provate, non certamente sulla base dell’opinione del primo ciarlatano di turno (leggasi Andrew Wakefield).

Mi riservo un ultimo commento riguardante la fantomatica pressione delle case farmaceutiche: è innegabile che in quanto aziende esse abbiano un rientro economico sui vaccini (quelli per cui ancora non è di uso comune il farmaco generico) ma non vaccinarsi per questo motivo è come rifiutarsi di mangiare pane perché il panettiere ci guadagnerebbe.

Dennis Pedri

Per chi fosse interessato ad approfondire, ecco i link delle fonti da cui ho attinto e qualche articolo interessante. Purtroppo per i non anglofoni sono tutti in inglese, come gran parte della letteratura scientifica, ad eccezione del primo, un articolo eccellente scritto da un altro membro di OWL, Gabriele Girelli: tratta di vaccini, autismo, immunità di branco, correlazione e causalità.
https://medium.com/@qerubin90/vaccini-e-autismo-7f8722952e71
http://www.cdc.gov/vaccines/vac-gen/side-effects.htm
http://www.who.int/immunization/diseases/en/
http://vaers.hhs.gov/index
http://www.cdc.gov/Features/VaccineSafety/
http://www.who.int/vaccine_safety/committee/topics/mmr/mmr_autism/en/
http://www.jpeds.com/article/S0022-3476%2813%2900144-3/fulltext
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2908388/pdf/nihms-212222.pdf
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23545349
http://www.who.int/features/qa/84/en/
http://www.cdc.gov/mmwr/preview/mmwrhtml/00056803.htm
http://jama.jamanetwork.com/article.aspx?articleid=209448
http://www.cdc.gov/vaccinesafety/Vaccine_Monitoring/history.html
http://www.immunize.org/askexperts/vaccine-safety.asp
http://www.kevinmd.com/blog/2014/10/7-common-reasons-refusing-vaccines.html
http://www.forbes.com/sites/matthewherper/2013/02/19/a-graphic-that-drives-home-how-vaccines-have-changed-our-world/

 

Pubblicato su L’Adige il 06/07/2015

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Xylella, fastidiosa questione

Xylella, fastidiosa questione

Si è a cena da amici, atmosfera un po’ radical chic, con jazz in sottofondo e candele in tavola. Ci sono anche invitati che incontro per la prima volta: mentre cerco di capire chi ho di fronte, parliamo del più e del meno seguendo le regole del bon ton e del politically correct. Improvvisamente, un ragazzo pugliese che avevo notato per arguzia e simpatia, entra a gamba tesa nel mio ginocchio razionalista con questa sentenza:

“Monsanto ha infettato i nostri ulivi per venderci quelli geneticamente modificati resistenti a Xylella!”. Rincara la dose: “Loro non hanno valori, quindi vogliono distruggere i simboli della nostra tradizione, gli ulivi millenari che ci sostentano da tempo immemore.” É evidente che questa storia deve averla sentita così tante volte da essere per lui verità assodata, incontrovertibile, a tal punto da poter essere inserita tra gli argomenti di leggera discussione.

Quindi si discute.

Xylella è un batterio altamente polifago: è in grado di attaccare diverse piante tra cui  l’ulivo, la vite e gli agrumi come molte altre piante di minor interesse agronomico. Si annida nello xilema che trasporta la linfa grezza causando il disseccamento e la morte della pianta colpita. Questo comporta danni per milioni di dollari nel nuovo continente, che si trova a dover combattere contro il batterio dal 1880, anno della prima grande epidemia della malattia di Pierce causata da Xylella nelle viti. Il ceppo di batterio approdato nel Salento che causa il disseccamento dell’ulivo, non è in grado però di infettare agrumeti e vigneti. Il motivo non è ben chiaro agli scienziati che stanno indagando per comprendere le interazioni biologico-molecolari tra ospite e parassita le quali portano alcune piante ad essere suscettibili ad un ceppo ma resistenti ad un altro.

Pur non essendo un problema secolare come in America, in Italia la comparsa del batterio non è una novità. I primi casi di disseccamento rapido dell’ulivo sono stati rilevati nel 2009 a Gallipoli: conoscendo la virulenza di questo patogeno, gli amministratori pubblici si trovarono di fronte a tre alternative:

1)     eradicare le piante infette nel tentativo di contenere la malattia: scelta dolorosa per agricoltori e “affezionati”, ma potenzialmente risolutiva;

2)     investire in ricerca, i cui risultati si vedono a lungo termine, ma con “dolorosi” costi immediati;

3)     tentare entrambe le vie per massimizzare la probabilità di prognosi favorevole.

Si è scelta però la quarta via, ovvero non fare nulla fino ad oggi. Il taglio degli alberi è avvenuto troppo tardi , agendo solo nell’istante in cui la malattia si è manifestata in tutta la sua straordinaria virulenza.

Ma il popolo pugliese difende le proprie radici con tutti i mezzi, da legarsi sulle cime degli alberi per protesta ad organizzare processioni per i santi patroni locali ad captandam benevolentiam .

Oltre ad essere una risposta dal gusto un po’ medievale, risulta essere anche abbastanza miope, perchè quella che ora è una realtà tragica ma circoscritta, potrebbe presto dilagare, compromettendo gli oltre 60 milioni di ulivi presenti in Puglia e, risalendo attraverso Lazio e Toscana, approdare anche in Trentino. Xylella ha fatto il giro del mondo passando dal mango, al caffè, all’ulivo, non possiamo sperare che si fermi davanti agli striscioni degli agricoltori disperati.

Ritardare gli interventi drastici, quando necessari, è una pratica tanto sbagliata quanto comune. Tutti ricordiamo il caso dell’encefalopatite spongiforme bovina, il morbo della mucca pazza, che portò più di 190 mila capi di bestiame ad ammalarsi in tutto il mondo,più di 4 milioni furono abbattuti nella sola Inghilterra e vi furono 225 casi umani accertati[1]. La risposta del governo inglese fu dolosamente tardiva; il divieto di processare i capi abbattuti a mangime per altri animali (compresi i bovini), arrivò otto anni dopo lo scoppio della pandemia e la conferma che l’agente patogeno si trasmette per via alimentare.

Il ritardo fu in quel caso dovuto alle pressioni della lobby degli allevatori inglesi.[2]

Ma per Xylella non è immaginabile che multinazionali come Monsanto abbiano infettato gli ulivi per vendere le proprie piante geneticamente modificate resistenti al batterio. La scienza infatti non ha ancora trovato una soluzione per questa malattia.

L’unico modo per debellare la malattia, non solo contenerla, è continuare la ricerca: negli Stati Uniti, grazie ad un finanziamento di 47 milioni di dollari l’anno, dopo dieci anni si stanno riuscendo a selezionare le prime viti resistenti al patogeno, ma la strada è ancora lunga. I fondi per la ricerca, al 70% pubblici, vengono anche da realtà private grandi e piccole, esattamente come in Brasile dove il genoma di Xylella è stato sequenziato da un pool di 30 laboratori che lavoravano in sinergia.

L’Italia, invece, ha deciso di diffidare le multinazionali che avrebbero la liquidità per sobbarcarsi la spesa della ricerca, stanziando da sola i fondi per risolvere il problema:

Da quando è scoppiata l’epidemia ad oggi, il nostro paese ha investito 170.000 €, da dividersi in 3 gruppi di ricerca appartenenti all’università di Bari. Centosettanta mila euro. In sei anni.[3]

In attesa della mobilitazione di 2 milioni di euro promessi da parte della regione Puglia, i ricercatori dell’università di Bari hanno dovuto subire l’affronto di esser sottoposti ad indagine a causa delle dicerie popolari che li vorrebbero untori della malattia, proprio per accedere a quei fondi che non ci sono.[4] Pare che non vi sia poi gran voglia di rimanere al secondo posto nella produzione mondiale dell’olio d’oliva, ne prevenire l’infezione delle altre colture per cui il nostro paese è conosciuto in tutto il mondo.

Per un ragazzo come me, cresciuto in Trentino, non c’è nulla che faccia più paura di un batterio capace di distruggere vite e ulivi, ma con questa prospettiva, bisogna prepararsi al peggio.

Filippo Guerra, Open Wet Lab

Bibliografia:

[1] [ World Organisation for Animal Health (OiE), aprile 2012.]

[2] [Bse Inquiry, inchiesta voluta dal premier britannico Tony Blair. Per maggiori informazioni consiglio “La paura delle biotecnologie”, Francesca Ceradini, 2008]

[3] [Reportage su Xylella, Daniele Rielli, Internazionale, 2015]

[4] [Italian scientist vilified, Alison Abbot, Nature, 2015]

 

Pubblicato su L’Adige il 17/06/2015

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Così si rende udibile l’invisibile

Così si rende udibile l’invisibile

Siamo nel 2014: Saverio Murgia e Luca Nardelli, due giovani studenti universitari in procinto di laurearsi in ingegneria biomedica con un tesi sulla computer vision, stanno passeggiano per le strade di Genova quando un passante chiede loro di aiutarli per raggiungere le fermata dell’autobus. Il passante è cieco e il suo problema colpisce nel profondo Saverio e Luca, che hanno l’idea di sfruttare le loro conoscenze in robotica per aiutare le persone ipovedenti.

Nell’anno seguente fondano una startup, assumono dei collaboratori, vincono numerosi premi e alcuni importanti riconoscimenti monetari, creano dei prototipi e catturano l’attenzione dei media (Wired e Le Iene fra tutti): è nata Horus Technology. Il nome deriva dal dio egizio Horus, a cui fu ricostruito l’occhio perso in battaglia grazie al dio della saggezza Thot.

Che cos’è Horus e come funziona? Chiediamolo direttamente a Luca Nardelli, 23 anni, fondatore e Chief Technology Officer della società.

È un assistente personale indossabile per persone cieche o ipovedenti. È un dispositivo che si indossa in testa, come se fosse un piccolo microfono ad archetto, ha un sistema di visione e dei sensori e di fatto osserva la scena, la elabora con degli algoritmi e parla all’utente, riconoscendo e descrivendo alcune caratteristiche dell’immagine stessa: la presenza di testi, volti, oggetti, ostacoli lungo il percorso o la posizione di un attraversamento pedonale. Tutte queste informazioni vengono estratte dal segnale visivo e veicolate alla persona non vedente tramite un sistema di cuffie a conduzione ossea, che permettono di mantenere completamente la percezione uditiva del mondo esterno.

Quali sono state le tappe fondamentali nella nascita di Horus Technology?

È tutto nato come un progetto personale, quasi un hobby. Poi il primo evento chiave è stato lo Startup Day di Genova, organizzato da Confindustria ad aprile 2014, perché è stato il momento in cui abbiamo coinvolto altre persone e abbiamo raccolto la nostra prima vittoria. Per noi è stato importante soprattutto il riconoscimento del nostro lavoro e la spinta motivazionale che ci ha fornito, facendoci capire che il progetto aveva del potenziale.

Quindi possiamo dire che da quel momento le cose hanno iniziato a farsi serie.

Sì, da lì abbiamo iniziato ad avere dei contatti con le associazioni per la disabilità visiva e abbiamo distribuito dei sondaggi alle persone ipovedenti per capire al meglio quali fossero le difficoltà che incontravano e come il nostro dispositivo potesse aiutarli.

Come avete finanziato il progetto?

Fino a maggio dell’anno scorso le spese erano piuttosto contenute e ci siamo autofinanziati. Poi abbiamo vinto la competizione di Eindhoven organizzata dagli EITICTLabs e questi sono stati i nostri primi fondi con cui iniziare a creare i prototipi, confermando la validità del nostro progetto da un punto di vista europeo.

Tra settembre e novembre siete stati a Working Capital, l’acceleratore di TIM a Milano, raccontaci quest’esperienza.

Il percorso di accelerazione consisteva in due cose: da un parte avevamo uno spazio di co-working con altri gruppi, dall’altra venivano organizzati regolarmente incontri con esperti del settore che ci potessero trasmettere le loro esperienze. Quest’ultimo punto è stato molto importante anche per fare network e allacciare contatti con persone interessate al progetto.

E cosa avete pianificato per il futuro?

Anzitutto crescere, nel senso che ora abbiamo assunto altre due persone a tempo indeterminato. Poi, raccogliere fondi per partire con la progettazione hardware che ha dei costi molto elevati.

Una previsione su quando potremo vedere Horus sul mercato?

L ’obiettivo che ci siamo posti è per la seconda metà del 2016, considerando anche le tempistiche e le stime dei progettisti che abbiamo contattato.

Com’è fondare una startup in Italia? Quali sono le difficoltà che avete incontrato?

Adesso penso che sia più facile rispetto a quando abbiamo fondato Horus, perché è stata introdotta la possibilità di costituire una startup innovativa senza notaio, snellendo la burocrazia. All’epoca abbiamo incontrato lo scoglio delle prime tasse da pagare nel momento in cui nasce la società, ma per fortuna avevamo vinto il grant. Per come la vedo al momento è come aprire una normale società, nel senso che gli adempimenti legali sono più o meno gli stessi.

Qual è il momento che ricordi con più gioia? E quello più buio?

Quello che stiamo seguendo è un percorso che ha sempre degli alti e bassi: siamo tutti alla prima esperienza e le difficoltà che incontriamo fanno parte del percorso di crescita e di apprendimento. Fare una previsione finanziaria per cinque anni, un algoritmo da implementare che non va, i brevetti del competitor: sono tutte esperienze che sul momento sembrano problematiche, ma pensandoci in seguito ti rendi conto che quello di cui ti stai occupando nel presente è più difficile.

Quindi fondare una startup può essere un percorso di crescita personale?

Sì, c’è moltissimo da imparare, specialmente se vivi quest’esperienza come stiamo facendo noi, con flessibilità nelle decisioni, spostandoci molto tra diverse città, partecipando gli eventi e soprattutto mettendoci passione e impegno.

Com’è stata l’esperienza del crowfunding? La visibilità fornita da Le Iene vi ha aiutato?

Sicuramente, Le Iene sono arrivate nel momento iniziale della campagna e nella prima serata ci hanno fatto duplicare quanto avevamo raccolto. Per quanto l’analisi del crowfunding invece siamo molto soddisfatti, siamo riusciti a raccogliere il 150 per cento di quello che ci eravamo prefissati. La cifra era simbolica, perché impallidisce se paragonata con le richieste di un’azienda di progettisti, ma ci ha permesso di proseguire con i test dei prototipi ed espandere il team.

Dennis Pedri

 

Pubblicato su L’Adige il 22/05/2015

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Primo passo verso la modifica del genoma embrionale umano

Primo passo verso la modifica del genoma embrionale umano

E’ di pochi giorni fa la notizia che nel laboratorio di Junjiu Huang dell’università di Guangzhou in Cina si sia riusciti a modificare il genoma di un embrione umano. Questo conferma le preoccupazioni che diversi scienziati avevano già espresso in precedenza sollevando non pochi dubbi.

Prima di tutto un breve ripasso. Il DNA è una macromolecola presente in tutte le cellule che contiene le informazioni necessarie per il loro funzionamento. E’ il codice della vita. Ogni essere vivente possiede DNA diverso: per esempio, seppur gli esseri umani abbiano gli stessi geni, presentano alcune variazioni che determinano le nostre peculiarità fisiche e fisiologiche.

Il DNA può subire mutazioni: variazioni che causano un cambiamento nella “lettura del codice” e che possono avere un effetto benefico o deleterio o non avere nessun effetto. Osservando e studiando la natura abbiamo scoperto che è possibile correggere questi errori grazie a sistemi in grado di eliminare il codice errato e sostituirlo con quello corretto. Succede normalmente e continuamente nelle cellule. Ma ora siamo in grado di utilizzarlo come uno strumento qualsiasi. Si chiama genome editing: correzione del genoma. In breve, per eseguire il genome editing è necessario localizzare la regione da correggere, rimuoverla e sostituirla.

È più facile a dirsi che a farsi, ma i ricercatori sono oggi in grado di eseguire la correzione in laboratorio tramite diversi tipi di tecniche: quella utilizzata nel laboratorio in Cina sfrutta il sistema chiamato “CRISPR/Cas9”, una sorta di sistema immunitario primitivo utilizzato dai batteri, che a partire dal 2012 (Charpentier et al. 2012) è stato modificato e reso controllabile per il genome editing.  Modificare il genoma di esseri viventi è una pratica non di certo recente. Basti pensare che già negli anni ’70 si sono tentati i primi approcci di modifica del DNA di lieviti (Scherer and Davis, 1979), proseguendo poi fino agli anni ’90 ingegnerizzando i primi enzimi in grado di tagliare questa macromolecola (Li, Wu and Chandrasegaran 1992): primo passo verso il processo di modifica.

Ma perchè modificare il genoma? Il fine principale è sicuramente quello di prevenire malattie geniche gravi che condizionano la vita intera dell’essere umano. In questo caso per esempio è stato modificato il gene per la β-globina, le cui mutazioni sono responsabili per la β-talassemia. La possibilità di correggere errori nel DNA degli embrioni prima che questi possano svilupparsi in essere completi e dar vita a diverse complicazioni, sarebbe un traguardo di incredibile portata per il singolo individuo e per la società. Questo percorso però è solo all’inizio e si prospetta pieno di difficoltà. Sia di natura tecnica che di natura etica. Fino ad ora, la modifica del genoma era stata limitata a cellule umane in coltura e su embrioni di animali non umani: mai su embrioni umani. In cellule in coltura e animali, le tecniche sviluppate garantiscono buoni risultati in termini di numero di cellule positivamente modificate e di specificità della regione modificata. Si notano però differenze da un tipo cellulare all’altro e tra specie differenti. Lo dimostra il fatto che nell’esperimento condotto da Huang il numero di successi è stato molto basso, mentre in embrioni di topo il genome editing generalmente si dimostra più valido. Non è possibile prevedere l’efficacia di una tecnica senza averla testata in maniera sufficientemente dettagliata: non è quindi di secondaria importanza la preoccupazione sull’efficienza di queste tecniche su embrioni umani. Nell’esperimento svolto in Cina sono stati utilizzati 86 embrioni (presi da cliniche di fecondazione, creati per la fecondazione in vitro). Di questi, 71 sono sopravvissuti, ma solo 28 sono stati in grado di procedere correttamente con le prime divisioni cellulari e solo in una frazione era presente la modifica di interesse.

Agli embrioni utilizzati è stato aggiunto un corredo genomico completo, in modo da evitare che potessero procedere nel normale sviluppo embrionale dopo le primissime fasi dello sviluppo.  Se mai decidessimo di accettare questa pratica, dovremmo pretendere quasi il 100% di efficienza, considerando che verrebbe applicata ad embrioni umani destinati a completare lo sviluppo. Con sufficiente tempo e sperimentazioni, è ragionevole pensare che l’applicazione clinica del genome editing sia una realtà tangibile. Le tecniche a disposizione ci sono, i modelli animali anche. Ma quello che fino ad ora ha limitato le ricerche nel campo sono le problematiche etiche e morali. Essere in grado di modificare il genoma umano a livello embrionale già dallo zigote significa modificare tutte le cellule dell’organismo: quell’unica cellula si moltiplicherà e darà vita all’intero corpo. Anche le cellule della linea germinale, quelle che generano spermatozoi ed ovuli, saranno modificate, e la modifica passerà alla generazione successiva. Le terapie geniche presenti attualmente invece, si limitano a modificare le cosiddette cellule somatiche, ovvero cellule che non appartengono alla linea germinale non trasmettendo quindi il genoma modificato. Si tratta quindi di una terapia sull’individuo già formato e che non può essere, teoricamente, trasmessa ai figli.

Lo ripeto. Potremmo avere la capacità di debellare malattie geniche devastanti. Il rischio è che questo sia solo il primo passo verso le modifiche per comodità, per gusto, fino ad arrivare alla vera e propria eugenetica. Come in ogni tecnologia ci sono due facce della medaglia e sta a noi decidere fino a che punto possiamo sfruttarla. Molti scienziati hanno il timore che questa pratica venga abusata, ma allo stesso tempo ne riconoscono l’immenso potenziale benefico.  Per ora in molti stati europei è vietato alterare la linea germinale mentre in altri la situazione non è ben chiara. Negli USA non è esplicitamente proibito ma il US National Institutes of Health’s Recombinant DNA Advisory Committee si è espresso dicendo che “per ora non prenderà in considerazione proposte di alterazione della linea germinale”. Per ora. La maggior parte della comunità scientifica chiede un serio dialogo prima di approcciare qualsiasi tipo di tentativo. Mentre noi parliamo in Cina già altri quattro laboratori starebbero lavorando in questo campo.

A voi la parola, Simone Detassis

 

Pubblicato su L’Adige il 28/04/2015

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Gli antibiotici, la nostra difesa per il futuro (parte 2)

Gli antibiotici, la nostra difesa per il futuro (parte 2)

Nel primo articolo abbiamo introdotto il problema della resistenza batterica legata all’utilizzo massiccio degli antibiotici, vediamo ora come viene affrontata questa problematica.

L’intuizione che ci sia un limite all’efficacia degli antibiotici esiste dalla loro scoperta nel 1928 da parte di Alexander Fleming. Nel discorso per la consegna del premio Nobel per la medicina nel 1945, lo stesso Fleming disse: “…Ma vorrei porre una nota di avvertimento. La penicillina non è velenosa quindi non c’è bisogno di preoccuparsi di un’overdose nel dare la penicillina o di avvelenamento del paziente. Ci può essere un pericolo, però, nel suo sottodosaggio . Non è difficile rendere i microbi resistenti alla penicillina in laboratorio esponendoli a concentrazioni di questa non sufficienti ad ucciderli e la stessa cosa può avvenire nel corpo… c’è il pericolo che l’uomo ignorante possa facilmente sottoporsi a dosi insufficienti di antibiotico ed esponga i suoi microbi a dosi non letali rendendoli resistenti”.

Ad oggi questo grande problema è stato sollevato dall’European Centre for Disease Prevention and Control in concomitanza con la “Giornata europea degli Antibiotici”. Questa iniziativa si svolge ogni anno il 18 novembre e gli obiettivi dell’evento sono informare la popolazione sul corretto utilizzo degli antibiotici e sensibilizzarla alla minaccia della resistenza.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce l’antibiotico-resistenza uno dei maggiori pericoli per la salute umana. Le infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici uccidono ogni anno circa 50.000 persone negli Stati Uniti e in Europa, e dalle stime dell’OMS si vede che l’andamento è crescente. I dati confermano che in Unione Europea il numero di batteri resistenti è in aumento e che la resistenza agli antibiotici rappresenta una delle minacce più temibili per la salute pubblica Europea. Come possiamo vedere dalla distribuzione mostrata nell’immagine, in soli tre anni il numero di batteri resistenti di K. pneumoniae, responsabile della polmonite batterica, è aumentato in maniera significativa.

Vediamo in particolare come in Spagna, Irlanda ed Est-Europa sia aumentata la percentuale di resistenza. Polonia e Grecia hanno raggiunto valori davvero preoccupanti, che mettono a rischio la salute dei cittadini. In Italia non si può sottovalutare la situazione, che come si vede persiste in valori molto gravi. Inoltre nel nostro Paese gli antibiotici sono i medicinali con il maggior numero di prescrizioni non necessarie. Il consumo di antibiotici si caratterizza per un consumo pari al 200% rispetto ad altri Paesi Europei.

La produzione di nuovi antibiotici non è una soluzione efficace e sufficiente per risolvere il problema, infatti si parla di processi molto lunghi e dispendiosi, che non riescono a stare al passo con il fenomeno dello sviluppo della resistenza. Il problema non è solo di carattere scientifico ma anche economico. Le industrie che producono questi farmaci devono seguire degli iter di ricerca molto lunghi e costosi, il cui successo non è mai garantito. In particolare molte ricerche in questo settore vengono abbandonate perché poco redditizie, dato che gli antibiotici non vengono utilizzati in maniera continuativa nel tempo e quindi non costituiscono una fonte di guadagno costante. Altre tipologie di medicinali, ad esempio i farmaci oncologici, permettono un ritorno economico più sicuro dato l’utilizzo costante nel tempo, non c’è quindi da meravigliarsi se le industrie preferiscono investire in questi settori. In conclusione per smuovere questa situazione ed evitare l’era post-antibiotica è necessario che la popolazione sia istruita a un corretto utilizzo degli antibiotici attraverso compagne di sensibilizzazione che dovrebbero partire fin dall’ambiente scolastico.

Ma, alla fine, noi nel nostro piccolo, cosa possiamo fare?
Ecco qui cinque regole fondamentali per l’uso corretto degli antibiotici:
1)    Assumere gli antibiotici solo sotto prescrizione medica.
2)    Gli antibiotici vanno assunti secondo le modalità e tempi indicati.
3)    Non terminare il trattamento prima dei tempi indicati.
4)    Non cambiare antibiotico spontaneamente.
5)    Non utilizzare antibiotici avanzati da terapie precedenti.

….e ricorda:

✓    Gli antibiotici NON prevengono la trasmissione d’infezioni virali: non assumerli in caso di raffreddore o influenza!
✓    Assumere antibiotici quando non necessario non porta benefici!
✓    Un utilizzo errato di antibiotici può favorire l’insorgere della resistenza la quale può pregiudicare l’efficacia di una successiva terapia antibiotica!

Elisa Godino, Veronica Pinamonti

 

Pubblicato su L’Adige il 07/04/2015