Daily Archives

2 Articles

Posted on

La scienza scritta: Elsevier e la Germania, quando profitto ed etica scientifica collidono

La scienza scritta: Elsevier e la Germania, quando profitto ed etica scientifica collidono

Molti di noi non sanno che, a cominciare da quest’anno, è in atto una contrattazione di capitale importanza, non coperta nemmeno in minima parte dalle reti nazionali: la controversia tra il gigante olandese delle pubblicazioni scientifiche Elsevier ed il mondo accademico tedesco.

 

Già dai tempi di Francis Bacon (1561-1626), è stato chiaro che la scienza potesse progredire solamente grazie all’interazione tra gli individui che se ne occupavano, sviluppando così la prima vera e propria idea di comunità scientifica.

 

Elsevier e gli altri grandi gruppi editoriali del settore offrono precisamente questo servizio: raccolgono i risultati dei ricercatori e li rendono accessibili sulle proprie pagine permettendo al pubblico, ma soprattutto agli altri scienziati, di usufruirne. La questione in questo caso è però, come spesso succede, principalmente economica. Secondo il mondo accademico tedesco, e in precedenza anche finlandese ed olandese (patria del gruppo editoriale), Elsevier richiede un esborso eccessivamente gravoso per ottenere un abbonamento alle proprie riviste, e quindi a tutti i preziosi risultati che vi si trovano.

 

La proposta è quella di rendere gratuito l’accesso (in Germania) a tutti i risultati forniti da enti tedeschi, oltre ad un prezzo fisso ad articolo per tutti gli altri. In caso contrario il contratto, che per molte università scadrà alla fine di quest’anno, non sarà rinnovato. A questo punto occorre prendersi un po’ di tempo per entrare appieno nel mondo della letteratura scientifica, per comprenderne meglio dinamiche e problematiche. Cerchiamo di seguire a grandi linee il percorso che va dal momento in cui un ricercatore/gruppo ottiene un risultato che ritiene sia sufficientemente rilevante ed innovativo fino all’effettiva pubblicazione.

 

Il primo passo è quello di scrivere un “articolo”, il cosiddetto paper, nel quale vengano illustrati i concetti base dai quali si è partiti, i vari passaggi teorici e sperimentali eseguiti, fino alla discussione vera e propria del risultato conseguito, supportando naturalmente tutto quanto scritto grazie a dati/tabelle/grafici esplicativi e  citazioni di altri studi/paper che confermino quanto scritto e che sono stati usati come fonte durante il processo di ricerca. Tutto ciò per permettere ad altri scienziati di riprodurre l’esperimento, sia per sostenerne o confutarne i risultati, sia per poi eventualmente migliorarne il protocollo.

 

A questo punto si cerca un giornale (traduzione letterale di journal, come viene in inglese definito questo genere di stampa) cui si ritiene possa interessare pubblicare il risultato che è stato ottenuto. Esiste naturalmente un’amplissima gamma di riviste che si occupano di vari settori, quindi è importante che l’argomento trattato dall’editore coincida con quello dell’articolo in questione (Elsevier nello specifico è un gruppo editoriale, non una singola testata, nel quale sono dunque presenti una serie di giornali che trattano di differenti argomenti).

 

Nella scelta entra però solitamente anche un altro fattore, il cosiddetto impact factor (IF) (fattore d’impatto), che altro non è che un indice della caratura di un determinato journal, che viene calcolato tenendo in considerazione il numero annuale di articoli pubblicati dalla testata ed il numero di volte in cui un qualsiasi paper di quella stessa rivista è stato citato all’interno di altri articoli (le famose fonti di supporto alla ricerca di cui abbiamo precedentemente trattato).

 

Più alto il numero di citazioni, più grande l’impact factorpiù il journal viene considerato importante, di livello, e quindi le sue pubblicazioni sono maggiormente considerate, lette e a loro volta citate; per questo motivo può capitare che gli editori cerchino di aumentare in modi più o meno fantasiosi l’IF della propria testata, sia accettando tra le proprie pagine solamente articoli che si pensa abbiano un’elevata probabilità di essere citati, sia costringendo gli autori ad inserire tra le fonti altri articoli pubblicati dalla medesima rivista.

 

L’IF, quindi, viene utilizzato per valutare il livello di una testata, mentre non dovrebbe essere così per singole pubblicazioni o per gli autori che li hanno scritti. Purtroppo però, spesso non è così. Avere il proprio articolo tra le pagine di riviste come NatureCell o similari, tutte con un elevato impact factor, e comparire come primo nome tra gli autori può aprire prospettive di carriera in ambito accademico precluse o di molto più complesso raggiungimento scrivendo per altri giornali.

 

Una volta individuato il journal che sembra più appropriato agli autori si entra nella terza fase, cioè il cosiddetto peer-reviewing, che viene effettuato dalla redazione della testata in una serie di passaggi. Innanzitutto l’editore verifica chel’articolo rispetti i propri canoni di stile e presenti tutte le sezioni di cui si è scritto durante il processo di stesura del paper; se questo si rivela essere poco originale o interessante viene rispedito al mittente, in caso contrario si procede con il passaggio successivo.

 

Viene nominato, all’interno della redazione, un responsabile per la revisione, che può essere l’editore stesso, il quale recluta un determinato numero di revisori (solitamente 2, ma varia a seconda della politica del giornale). Questi leggono l’articolo più e più volte, analizzandolo punto per punto per valutare il modo in cui è stato condotta la ricerca e come il lavoro sia stato presentato nella stesura del paper. I risultati della review vengono inviati all’editore, il quale li valuta e decide se l’articolo vada rigettato, mandato agli autori per qualche modifica o se possa essere pubblicato.

 

Se viene accettato si passa poi alla sua pubblicazione nelle pagine del journal. Inutile dire che spesso, purtroppo, in queste fasi di revisione e pubblicazione rientrano dinamiche che, più che con l’approccio scientifico, hanno a che fare con la politica. Leggasi: vie preferenziali per ricercatori di una certa rilevanza internazionale e revisioni non sempre meritocratiche. Ma questa è un’altra storia.

 

Avendo compreso meglio che cosa si intende quando si parla di pubblicazioni scientifiche, è possibile analizzare con maggiore cognizione di causa il caso al centro di questo scritto, ponendosi delle legittime domande: riuscirà il mondo accademico nazionale a fare a meno delle opportunità e delle risorse di Elsevier? E d’altro canto, riuscirà Elsevier a non contare sui cospicui finanziamenti che i contratti che andrebbe a perdere attualmente forniscono?

 

Alcune testimonianze raccolte da The Scientist e Times Higher Education ci aiutano a capire meglio quest’intricata diatriba. Da un lato abbiamo il DEAL, un gruppo di istituzioni tedesche guidate dalla conferenza nazionale dei rettori, il quale afferma che in caso di mancato accordo le pubblicazioni sarebbero comunque accessibili in altra maniera nelle biblioteche universitarie, tanto che secondo i dati solo in pochissimi casi finora, nelle istituzioni che non hanno rinnovato il contratto l’anno scorso, gli articoli non sono stati recapitati a chi ne aveva fatto richiesta.

 

Vi sono d’altro canto anche piattaforme pirata come Sci-Hub che “tutti sanno esistere, ma nessuno ammette di usare”, come afferma Martin Köhler (uno dei mediatori nella contrattazione), e che permettono con pochi click l’accesso libero, per quanto poco legale, alla maggior parte delle pubblicazioni scientifiche.

 

Gli articoli che andrebbero persi sono però solamente quelli pubblicati in seguito al mancato rinnovo del contratto, quindi sarebbe una problematica che andrebbe ad accrescersi con il passare del tempo, rendendo progressivamente più lento e macchinoso il processo di ricerca e di pubblicazione delle università tedesche, con inevitabili ripercussioni sulle graduatorie e sull’immagine del mondo accademico nazionale.

 

Dall’altro lato  i margini di profitto di Elsevier, i cui affari consistono per poco più di un quarto in rapporti con istituzioni europee, non verrebbero intaccati in modo eccessivo. Si temono però simili prese di posizione da parte di altri Paesi in futuro, seguendo le orme tedesche, che potrebbero considerare il gruppo editoriale non più così affidabile ed importante come in passato, suggerisce David Matthews di Times Higher Education, autorevole settimanale britannico che si occupa specificamente di notizie ed approfondimenti relativi all’istruzione di livello superiore e soprattutto universitario.

 

Tutto sommato quindi, per quanto le posizioni possano sembrare attualmente distanti, un accordo appare ad un osservatore esterno come necessario, soprattutto date le motivazioni del conflitto che, per quanto legittime e fondate, nulla possono in confronto al bene superiore di una produttiva e sincrona attività di ricerca e pubblicazione scientifica.

 

Restano ancora un paio di concetti poco chiari. Ad esempio: perché si rendono necessari dei giornali a pagamento quando invece si hanno a disposizione fonti cosiddette open source, che cioè permettono accesso diretto ai contenuti degli articoli senza necessità di iscrizioni e abbonamenti? Potremmo veramente accedere a tutte le novità senza? Sono domande legittime, a cui cercherò di dare risposta nella prossima puntata de “La scienza scritta”, sempre qui sulle pagine del Dolomiti.

Emanuele Cattani

 

Fonti:

  1. http://www.the-scientist.com/?articles.view/articleNo/50671/title/German-Scientists-Resign-from-Elsevier-Journals–Editorial-Boards/&utm_content=bufferda37a&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=main+TS+page/
  2. http://www.the-scientist.com/?articles.view/articleNo/49906/title/Major-German-Universities-Cancel-Elsevier-Contracts/
  3. https://www.timeshighereducation.com/news/german-universities-plan-life-without-elsevier
  4. https://www.timeshighereducation.com/news/no-deal-between-germany-and-elsevier-what-would-it-mean  
  5. https://www.elsevier.com/connect/elsevier-to-continue-to-take-initiative-in-german-national-deal-discussions  
  6. https://www.projekt-deal.de/about-deal/  
  7. https://authorservices.wiley.com/Reviewers/journal-reviewers/what-is-peer-review/the-peer-review-process.html  
  8. http://www.nature.com/news/beat-it-impact-factor-publishing-elite-turns-against-controversial-metric-1.20224#/b1  
  9. https://www.ams.org/notices/201103/rtx110300434p.pdf
  10. https://www.csmonitor.com/World/2010/0916/New-world-university-ranking-puts-Harvard-back-on-top

 

Pubblicato su Il Dolomiti il 12/11/2017

Posted on

Gli scheletri nell’armadio di Mrs. Fear, qual è la scienza che si nasconde dietro la paura?

Gli scheletri nell’armadio di Mrs. Fear, qual è la scienza che si nasconde dietro la paura?

Di che cosa abbiamo paura? Domanda più che lecita in prossimità di Halloween, anche se in origine la festa del 31 ottobre con la paura (e con le streghe) ha ben poco a che vedere. Con il tempo però questa ricorrenza ha perso le sue connotazioni pagane e religiose ed è diventata una buona occasione per travestirsi da zombie, vampiri, fantasmi e streghe, trasformandosi nella notte più terrificante e paurosa dell’anno.

 

La paura è un’emozione primaria comune sia al genere umano che al genere animale. Il filosofo Galimberti la definisce come “un’emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia. La paura è spesso accompagnata da una reazione organica, di cui è responsabile il sistema nervoso autonomo, che prepara l’organismo alla situazione d’emergenza, disponendolo, anche se in modo non specifico, all’apprestamento delle difese che si traducono solitamente in atteggiamenti di lotta e fuga”.

 

Abbiamo paura del caos, del cambiamento, della distruzione, della morte, dei ragni; ognuno ha le sue paure, ma quanti di voi conoscono cosa si nasconde dietro questa emozione?

 

Molti stimoli sono in grado di suscitare in noi delle emozioni, ciò avviene grazie alle esperienze che abbiamo vissuto nel passato e a ciò che abbiamo appreso da esse. In altre parole, le emozioni che noi proviamo dipendono dalle associazioni mentali che formiamo tra i vari stimoli attraverso l’apprendimento. Il condizionamento della paura rappresenta una delle principali forme di apprendimento con cui impariamo a riconoscere un pericolo.

 

Qualsiasi cosa vi spaventi, che sia il film horror più spaventoso della storia o il cacciatore di Bambi, la reazione del corpo è la medesima: battito del cuore accelerato, palmi che sudano, ginocchia tremanti e muscoli paralizzati. Tutto ciò è innescato dall’amigdala, il centralino del sistema d’allarme del nostro organismo, una piccola regione del lobo temporale mediale del cervello, essenziale per acquisire ed esprimere le associazioni di paura condizionata (appresa).

 

Entrando un po’ più nello specifico, i nostri organi di senso (vista, udito, olfatto…) ricevono dall’ambiente informazioni che segnalano la presenza o la possibilità di un pericolo: ad esempio un serpente o qualcosa che gli assomiglia. Tali informazioni raggiungono l’amigdala attraverso percorsi diretti provenienti dal talamo (strada bassa) e da percorsi che vanno dal talamo, alla corteccia e poi all’amigdala (strada alta).

 

La via talamo-amigdala è più breve e il sistema di trasmissione è più veloce. La strada bassa, non potendo sfruttare l’elaborazione corticale, fornisce all’amigdala solo una rappresentazione rozza ed imprecisa dello stimolo, innescando così una risposta meramente emotiva e consentendo al cervello di cominciare a rispondere al possibile pericolo.

 

In altre parole l’amigdala può reagire prima che la corteccia sappia che cosa stia accadendo, e questo perché l’emozione grezza viene scatenata in modo indipendente dal pensiero cosciente, e generalmente prima di esso. Questo percorso consente di rispondere a stimoli potenzialmente pericolosi prima di sapere esattamente cosa siano.

 

Dal punto di vista della sopravvivenza è meglio reagire a delle circostanze potenzialmente pericolose come se lo fossero che non reagirvi affatto: meglio trattare un bastone come un serpente piuttosto che accorgersi troppo tardi che il bastone è un serpente!

 

Valutato uno stimolo come pericoloso, l’amigdala scatta come un sorta di grilletto neurale e reagisce inviando segnali di emergenza a tutte le parti principali del cervello: stimola il rilascio degli ormoni che innescano la reazione di combattimento o fuga (adrenalina, dopamina, noradrenalina), mobilita i centri del movimento, attiva il sistema cardiovascolare, i muscoli e l’intestino.

 

Un altro componente importante del sistema della paura è l’ippocampo, al quale arrivano informazioni dal talamo attraverso la strada alta. L’ippocampo ha il ruolo importante di confrontare la situazione con le esperienze passate e fornire informazioni sul contesto intorno all’oggetto della paura (un leone in una gabbia susciterebbe così solo una piccola reazione d’ allarme da parte dell’amigdala).

 

Concludendo, l’emozione della paura e i meccanismi coinvolti in essa sono molto interessanti; la paura non è un’emozione apprezzata dalla maggior parte di noi, ma ciò che è certo è la sua importanza nel proteggerci dai pericoli. Le basi biologiche della paura, così come quelle di ogni altra emozione sono tuttavia complesse e parte di un costrutto psicologico complicato e ricco di sfumature.

 

Nonostante ciò la ricerca più recente si sta interessando finalmente della biologia delle emozioni; il loro studio è utile sia per approfondire la conoscenza della nostra specie sia per prevenire o curare i disturbi mentali. Siamo fiduciosi sul fatto che ben presto altri meccanismi e segreti della mente umana verranno svelati, la sete di sapere non si ferma mai!

 

(Giorgia Tosoni)

 

Fonti:

http://www.oecd.org/edu/ceri/aprimeronemotionsandlearning.htm

http://www.treccani.it/enciclopedia/neuroscienze-basi-biologiche-delle-emozioni_(Enciclopedia-della-Scienza-e-della-Tecnica)/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3181681/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/9861466

https://en.wikipedia.org/wiki/Amygdala

https://www.edutopia.org/blog/the-science-of-fear-ainissa-ramirez

 

Pubblicato su Il Dolomiti il 29/10/2017