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Cambiamento climatico o clima di cambiamento? – Parte 2

Cambiamento climatico o clima di cambiamento? – Parte 2

Nella puntata precedente: degli scienziati dalle Hawaii ci dicono che settembre 2016 è stato un mese record per le emissioni di diossido di carbonio nell’atmosfera. Continuando di questo passo, le conseguenze potrebbero essere terribili; ancor peggiori se non ci fossero gli oceani a salvarci.

Hanno creato un clima infame

Questa volta la citazione è meno autorevole rispetto al primo articolo, me ne rendo conto, ma più che mai calzante a livello metaforico. Sono le parole che pronuncia Bettino Craxi nel settembre ‘92 uscendo dalla casa del deputato Sergio Moroni, socialista suicidatosi nell’ambito dell’inchiesta Mani Pulite. Diventò un’espressione simbolo di quel momento politico, ma non è purtroppo l’unico clima infame che è andato delineandosi negli anni. Vi abbiamo parlato in precedenza delle emissioni di CO2, e del superamento della soglia delle 400 parti per milione nell’atmosfera. Ma il 2016 è stato un anno record per la climatologia che verrà tristemente ricordato anche per altri insuccessi.

Gli ultimi dati della NASA, raccolti al Goddard Institute for Space Studies (GISS), mostrano in modo drammatico come le temperature eccezionalmente alte stiano diventando la regolaAgosto è stato il mese più caldo registrato da almeno 136 anni a questa parte (ovvero quando sono iniziate le misurazioni su scala globale), giusto in tempo per pareggiare il record stabilito da luglio: medaglia d’oro condivisa e ricco montepremi che si dimezza. E questa striscia positiva di vittorie infelici si estende fino a ottobre 2015, a partire dal quale ogni registrazione mensile è risultata la più calda di sempre, in riferimento agli stessi mesi degli anni precedenti. Guardando i grafici prodotti dal GISS, questa tendenza è ben evidente (GRAFICO 1, sotto).

Per rendere l’idea di quanto accurate siano le analisi mensili del GISS, esse sono costruite a partire da dati acquisiti da circa 6300 stazioni meteorologiche in tutto il mondo, ma anche da postazioni di ricerca antartiche, nonché strumentazioni alloggiate su barche o boe che misurano la temperatura superficiale marina. Per completare quanto già accennato, la collezione di dati comincia dal 1880 perchè in precedenza non si aveva una copertura globale attraverso strumentazioni di questo tipo.

GRAFICO 1: Sull’asse verticale abbiamo le variazioni di temperatura rispetto allo “zero”, che rappresenta la media delle temperature registrate nel periodo di riferimento 1951-1980. Sull’asse orizzontale abbiamo i mesi dell’anno, e ogni curva colorata rappresenta il set di dati raccolto annualmente a partire dal 1880. Appare piuttosto chiaro come le temperature del secolo scorso fossero ben al di sotto di quelle attuali. Ma ponete la vostra attenzione sulle curve più “calde”, le due rosse più in alto (2015 e 2016): il gap che si è creato tra le misurazioni più recenti e tutte le altre, che appaiono invece ammassate quasi a formare una collina, è davvero significativo.

Link bonus: Gif creata a partire dagli stessi dati appena descritti. Non aggiunge nulla di nuovo a livello informativo, tuttavia è piuttosto efficace nel rendere l’idea.

A dare una mano all’uomo nell’incrementare le temperature globali ci ha pensato nell’ultimo anno anche la natura stessa, grazie ad El Niño. Agli occhi di un appassionato sportivo potrebbe sembrare il soprannome di un calciatore argentino piccolo, rapido e brevilineo – o ricordare il Fernando Torres dei migliori anni a Liverpool. Tutt’altro: si tratta di un fenomeno naturale caratterizzato da temperature inusuali delle acque tropicali-equatoriali dell’Oceano Pacifico, che si verificano essere più calde del normale. Questa oscillazione del sistema oceano-atmosfera porta con sé conseguenze significative sul clima di tutto il pianeta (ad esempio: piogge torrenziali in alcune zone, siccità in altre).

A partire da marzo 2015 è iniziato un El Niño molto intenso, che tale non si vedeva da 35 anni, e ha raggiunto i suoi picchi massimi in autunno-inverno. Solitamente un evento di questo tipo è seguito dal suo alter ego, La Niña, un periodo nel quale le acque del Pacifico si registrano più fredde del solito. Questa volta, però, questo secondo fenomeno non si è verificato, probabilmente a causa delle caratteristiche particolarmente estreme del primo. Molti esperti ritengono che la potenza di El Niño dello scorso anno abbia infatti esacerbato le condizioni meteorologiche già di per sé instabili a causa del riscaldamento globale. Nelle regioni affacciate sull’Oceano si sono registrate intensificazioni di fenomeni quali piogge, inondazioni, uragani e tifoni, incendi e scioglimento accelerato dei ghiacciai. Queste calamità ed una sopraggiunta siccità in molte zone – tra cui Africa meridionale, Asia e America Latina – sono stimate aver costretto circa 100 milioni di persone a lottare contro la mancanza di cibo e acqua. Oltre che ad essere più vulnerabili a malattie.

Dopo 6 mesi di graduale alleviamento dei suoi effetti, la NASA ha da poco dichiarato terminato il fenomeno de El Niño, e si attendono le misurazioni dei mesi a venire per verificare, come peraltro ci si aspetta, se la crescita del global warming continuerà anche senza la sua influenza.

In questa GIF (prodotta dalla NASA) si possono apprezzare bene gli effetti del passaggio di El Niño sulla temperatura degli oceani. Seguendo con la coda dell’occhio i mesi che si aggiornano in alto, si nota come le acque tocchino le temperature maggiori nell’autunno 2015 (macchie in gradazioni di rosso-arancione), per poi diminuire progressivamente con la scomparsa di El Niño.

Ma quanto davvero ha influito questo evento straordinario sulle conseguenze di cui abbiamo parlato? Ha avuto sicuramente un ruolo – su questo i climatologi sono più o meno tutti d’accordo -, ma vi sono evidenze altrettanto certe che questo contributo appaia molto piccolo in confronto all’attività umana dello sconsiderato utilizzo di combustibili fossili.

I dati a disposizione sono del 2015 e analizzano la fase più intensa di El Niño. Gli scienziati di Climate Central scrivono che la temperatura media riferita all’arco dell’intero anno è risultata essere di 1.05°C superiore a quella pre-industriale. Di questa variazione, poco meno di 1.0°C è dovuto ad una forzatura antropogenica, tra 0.05 e 0.1°C a causa di El Niño e circa 0.02°C per una maggiore attività solare. Sottolineano anche, da esperienze passate, come El Niño tenda a scaldare il globo solitamente con un ritardo (comunque sostanzialmente imprevedibile a priori) di 5 mesi. Da questo si ricavano due considerazioni: 1. Una giustificazione per l’intervallo di temperatura tra 0.05 e 0.1°C assegnato al contributo del fenomeno al riscaldamento: se i suoi effetti si manifestano con forza nei primi mesi darà valori più vicini a 0.1°C per il 2015, viceversa se il ritardo si prolunga nel tempo; 2. Una possibile interpretazione per il grafico presentato in precedenza sulle temperature record degli ultimi mesi. Se l’influenza di El Niño si fosse estesa come di solito accade, sarebbe stato il 2016 a risentirne maggiormente nelle conseguenze.

É importante però riportare il focus della nostra attenzione sul cuore del problema. Indipendentemente da quanto El Niño possa o meno aver contribuito in percentuale sugli incrementi degli ultimi due anni, non è utile concentrarsi solamente sulle singole variazioni di temperatura mensili, bensì osservarne il trend. É solamente la visione ad ampio spettro – che stiamo cercando di costruire nella mente del lettore un mattoncino per volta – che ci permette di capire l’entità della situazione.

E in questo ci aiuta con le sue dichiarazioni ancora Gavin Schmidt, direttore del GISS alla NASA: “Insistiamo nel sostenere che i trend a lungo termine sono i più importanti per capire i cambiamenti in corso che stanno affliggendo il nostro pianeta”.

Vedremo allora nella prossima puntata di capire bene e diagnosticare la patologia che sta affliggendo il nostro pianeta, come ultimo passo prima di analizzare se e quali rimedi l’uomo ha deciso di sviluppare per curarla.

 

(di Nicola Fattorelli)

Articolo pubblicato su Il Dolomiti il 11/11/2016