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Cambiamento climatico o clima di cambiamento? – Parte 3

Cambiamento climatico o clima di cambiamento? – Parte 3

Nelle puntate precedenti: la CO2 emessa dall’uomo nell’atmosfera e le temperature globali aumentano di pari passo ad un ritmo preoccupante. Gli oceani ci aiutano fungendo da serbatoi di carbonio, ma le loro acque si sono scaldate parecchio ultimamente anche grazie ad El Niño. I suoi effetti non sembrano comunque paragonabili al contributo dell’uomo al cambiamento climatico a cui stiamo assistendo. Il pianeta è in reale pericolo o è semplicemente destinato ad autodistruggersi nel medio-lungo termine? E l’uomo, sta a guardare o sta prendendo contromisure efficaci?

 

Clima di tensione

Uno dei propositi più importanti dell’accordo sul clima stipulato a Parigi nel dicembre scorso – la famosa COP21, i cui dettagli tratteremo bene nel prossimo articolo – è quello di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C, impegnandosi affinché l’aumento sia limitato ad 1.5°C. Il riferimento scelto – lo zero – è ancora una volta il livello “pre-industriale”, quella media di valori del periodo 1880-1910 di cui accennato in precedenza. Sono soglie che spesso vengono riproposte nel meccanismo comunicativo dei media, e se da un lato stiamo cercando di capire cosa accadrebbe se venissero superate, dall’altro è interessante quanto fondamentale definire a che punto ci troviamo di questa highway to hell.

Proviamo a indagare partendo da un’analisi di Climate Central dello scorso aprile, le cui statistiche si basano su una media delle temperature globali raccolte indipendentemente dalla NASA e dalla NOAA (l’Istituto di ricerca che comprende anche l’Osservatorio Mauna Loa). È importante far notare come questo studio ci venga in aiuto per fare poi delle considerazioni contestualizzate con i presupposti in cui si pone il documento di Parigi. Gli scienziati di Climate Central, infatti, hanno elaborato i dati comparandoli con il riferimento al 1880-1910, mentre le misurazioni originali di temperature anomale da parte dei due istituti prendevano diverse baseline climatiche (1951-1980 la NASA, una media di tutto il ventesimo secolo la NOAA).

Guardando il grafico, i valori sembrano catapultarci direttamente alla soglia più ottimistica dalla quale gli stati si sono preposti di non allontanarsi troppo. Febbraio 2016 è stato il primo mese a varcarla, con una media di 1.55°C, e i primi tre mesi dell’anno messi insieme si assestano sul valore di 1.48°C in più rispetto al periodo pre-industriale. Bisogna però essere cauti con le sentenze. “Tre mesi non fanno un anno”, lo scrivevano gli stessi scienziati di Climate Central nell’analisi, e avevano ragione. I dati grezzi di NASA e NOAA non mostrano la stessa tendenza per i mesi successivi, e se siete in cerca di altri grafici colorati li trovate rispettivamente qui e qui (attenzione ai riferimenti che cambiano). Anche fossero stati sulla stessa linea, un anno non determina necessariamente una variazione definitiva nel clima, specialmente un anno con El Niño alle spalle: ricordate il focus, stiamo cercando un trend.

Ed è qui che comincia il difficile: studi che analizzano i dati del passato e cercano di prevedere quelli futuri ce ne sono molti, e districarsi tra i numeri in gioco è complicato. Inutile rimarcare che tutti concordano su un destino piuttosto infelice per il pianeta. Tra i tentativi di stima di quando avverrà il raggiungimento – stabile – della soglia di 1.5°C scegliamo uno dei più autorevoli, dall’ultimo report dell’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico). Su questo si basano anche gli stessi scienziati di Climate Central, sempre nell’analisi di cui sopra, ancora con lo scopo di applicare statistiche ai dati per riferirli al periodo 1880-1910. Lo sottolineiamo ancora per mostrare al lettore quanto necessario sia adottare uno spirito critico quando si parla di scienza: essendo gli obiettivi della COP21 una soglia relativa – ovvero una differenza di 1.5-2°C rispetto a qualcosa – possono sembrare più facili da raggiungere se i dati che ci vengono presentati non hanno lo stesso riferimento.

Tornando a noi, gli esperti del settore hanno quindi calcolato che, continuando sul sentiero in salita tracciato dagli ultimi decenni di emissioni, il limite degli 1.5°C sarà oltrepassato per sempre tra gli anni 2025-2030. Se i provvedimenti necessari per non andare troppo oltre questa soglia venissero effettivamente presi, i climatologi stimano che sarebbe possibile contenere i peggiori impatti del climate change sull’aumento del livello dei mari, inondazioni, piogge, ondate di caldo e carestie. Ovvero, non verrebbero alterate irreparabilmente le condizioni ottimali in cui gli organismi viventi hanno prosperato in quest’era interglaciale.

Ma la Scienza a volte è pessimista. O meglio, la Scienza è sempre molto rigorosa nell’analizzare i dati che il mondo le fornisce, dai quali spesso si ricavano tristi conclusioni. In un lavoro pubblicato su Nature qualche settimana fa, Carolyn Snyder della Stanford University stima che se anche le emissioni di gas serra si stabilizzassero suilivelli attuali (cosa improbabile, ndr), la temperatura media globale potrebbe aumentare di 5°C nel giro di uno-due millenni. Una previsione che, così a lungo termine, potrebbe sembrare piuttosto aleatoria, certo, che però ci è utile per capire quanto sia complesso muovere passi in questo campo. “La comprensione delle dinamiche e della sensibilità del sistema climatico terrestre è fortemente influenzata dalle ricostruzioni del suo clima passato”: ce lo spiega bene Le Scienze in un breve articolo, raccontando anche come la ricerca della Snyder si basi sulla più lunga ricostruzione continua del clima terrestre realizzata fino a oggi. Tuttavia le analisi sui carotaggi nei ghiacciai forniscono dati dettagliati sul clima del passato solamente per le epoche glaciali, perciò la ricercatrice si è dovuta servire di un potente modello statistico per la propria stima, in modo da coprire i gap tra questi lunghi periodi.

Per un astronomo, prevedere per il 12 agosto 2026 un’eclissi di sole totale è quasi facile, ma in climatologia è tutta un’altra storia: i calcoli possono essere accurati, ma la variabilità in termini di fattori naturali ed antropici è troppo elevata per sentenziare a priori la veridicità assoluta di un modello.

Link bonus: questa vignetta, opera di Randall Munroe (che oltre a lavorare alla NASA è anche il fondatore di questo sito molto divertente), rappresenta una timeline della temperatura media terrestre a partire dall’ultima glaciazione fino ai giorni nostri. I protagonisti sono degli stickman piuttosto simpatici, ma il cartoonin sé è molto d’impatto.

C’è chi ha tenuto a sottolineare che in realtà Munroe paragona un po’ mele con arance, mostrando per lo più dati “non reali” e passando solo nell’ultimo tratto alle misurazioni moderne. È vero, ma tutti sono d’accordo nell’affermare che questa recente tendenza non promette nulla di bene, e che ci stiamo scaldando troppo più in fretta di quanto avveniva di solito nelle ere interglaciali.

Ma allora – arriviamo a un altro punto importante – visto che ci sono state grandi variazioni anche in passato, non è possibile che il riscaldamento attuale sia un fenomeno naturale? La risposta è… no. Lo avrete capito da quanto accennato in precedenza, e nemmeno troppo tra le righe. Per cercare ulteriori conferme, sbirciamo ancora tra gli articoli divulgativi della NASA, affidandoci questa volta al sito dell’Earth laboratory.

Il clima terrestre, in passato, è spesso variato per cause naturali non relazionate all’attività umana. Si è trattato perlopiù di cambiamenti nella radiazione solare: piccole oscillazioni nell’orbita del pianeta hanno alterato il luogo e il momento d’impatto della luce solare sulla superficie della Terra; nel Sole stesso sono talvolta occorse variazioni dell’energia emessa. In altri casi, storiche eruzioni vulcaniche hanno offuscato l’atmosfera terrestre con enormi quantità di particelle, le quali riflettendo la radiazione solare hanno portato a raffreddamenti globali significativi. D’altro canto è anche vero che l’attività vulcanica può contribuire alla dispersione di gas serra nell’atmosfera (seppur 100 volte inferiore alla CO2 emessa oggi dall’uomo, si stima).

Queste fonti naturali sono tutt’oggi attive, ma la loro influenza è troppo piccola per spiegare il cambiamento climatico in atto. Come lo sappiamo? Ancora una volta: 150 anni di misurazioni metodiche e precise. E questi dati, a quanto mostrano gli scienziati, possono essere spiegati con un modello che consideri solamente le cause naturali al massimo fino al 1950, non oltre. Oltrepassato questo punto, per avere un buon fitting con le misure reali è necessario includere il contributo dei gas serra derivanti da attività umane. Per capire di cosa parliamo, date un’occhiata a questi grafici.

É rilevante in questo caso osservare le scale sugli assi verticali. I primi tre grafici, riferiti ai tre contributi naturali più importanti, mostrano come ognuno di essi non abbia mai determinato un aumento superiore a 0.2°C nell’ultimo secolo e oltre. Possiamo fare delle considerazioni: sul fatto che El Niño abbia un effetto molto variabile nel tempo che di fatto si annulla in una sommatoria; che la radiazione solare si presenti con intensità ciclica (massimi e minimi solari) e ancora che eventi vulcanici sporadici possano abbassare leggermente le temperature globali (nel grafico: El Chichon nell’82 e Pinatubo nel ‘91). Ma è chiaro che tutte queste variazioni non reggono il confronto con le attività umane, che da sole hanno determinato un incremento di quasi 1°C dal periodo pre-industriale al 2005. Il grafico si ferma a quell’anno, ma come abbiamo visto la situazione poi ha continuato a peggiorare.

Chiudiamo questa puntata con un’immagine provocatoria. Presa da un articolo pubblicato lo scorso anno su Science, mette insieme un po’ tutto quello di cui abbiamo parlato finora – CO2 nell’atmosfera, aumento di temperatura e del livello dei mari – e paragona il presente con condizioni simili del lontano passato. Se siamo riusciti nell’ardua impresa di trasmettere in modo fruibile i complessi presupposti necessari per esprimersi in materia di clima, potrete ricavarne da soli qualche osservazione. Forse Venezia non andrà sotto il mare da un giorno all’altro, e sicuramente stime riferite ad un tempo così lontano non possono godere di grande precisione, ma questa figura ci fa capire che il nostro pianeta non è solito reagire bene a condizioni simili a quelle attuali.

Non perdetevi l’ultima puntata.

 

(di Nicola Fattorelli)

 

PS: dicevamo che l’attività solare cambia nel tempo. Beh, se volete, potete controllare con i vostri occhi. Questo link porta all’archivio dati di SOHO (Solar and Heliospheric Observatory), un progetto in collaborazione tra NASA ed ESA. A disposizione del vostro stupore: foto, video, gif, live streaming e tutto il gossip che potete immaginare sul Sole. Fossi in lui mi sentirei un po’ osservato. Chissà, magari invece è narcisista.