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Cambiamento climatico o clima di cambiamento? – Parte 4

Cambiamento climatico o clima di cambiamento? – Parte 4

Nelle puntate precedenti: la CO2 emessa dall’uomo nell’atmosfera e le temperature globali aumentano di pari passo ad un ritmo preoccupante. Gli oceani ci aiutano fungendo da serbatoi di carbonio, ma le loro acque si sono scaldate parecchio ultimamente grazie ad El Niño. Gli effetti naturali non sono lontanamente paragonabili al contributo dell’uomo al cambiamento climatico a cui stiamo assistendo, che assume aspetti drammatici in tutti i modelli ipotizzati per gli anni a venire. Il pianeta è in reale pericolo o è semplicemente destinato ad autodistruggersi nel medio-lungo termine? E l’uomo, sta a guardare o sta prendendo contromisure efficaci?

 

Piove governo ladro

Ok, questa era scontata, lo so. Dalla letteratura ai detti popolari, in un climax discendente di rilevanza culturale. Dalla Scienza alla Politica – nessuna malizia, beninteso: niente è più vero del fatto che al giorno d’oggi la prima abbia bisogno della seconda molto più che il contrario. Una Politica che scredita la Scienza non è scontato che sia impopolare, e può far parte – ahinoi! – del gioco; una Scienza che non partecipa al dibattito politico fa harakiri. Per questo le legiferazioni in tema scientifico sono così delicate: se da una parte è compito soprattutto dell’aspetto divulgativo della Scienza far sì che le parti siano correttamente informate, dall’altra gli organi decisionali devono far fronte ad interessi posti sul piatto che non sono mai unilaterali. A rendere spinose le controversie in materia, ci si mette il fatto che la Scienza di solito tira in ballo la vita delle persone. E quando si parla di clima le persone diventano tante – 7 miliardi e mezzo per la precisione – e sul banco degli imputati sale in veste di parte lesa quella cosa grande che ci piace chiamare affettuosamente come il suolo su cui abbiamo la fortuna di camminare: la Terra.

Ora, se ripensate a quanto abbiamo descritto in lungo e in largo nelle puntate precedenti, non vi sarà difficile immaginare l’entità del dibattito: già decidere in materia di clima è complicato, figuriamoci quando questo non promette nulla di buono per il futuro. E bisogna far fronte ai propri errori del passato, per giunta. Ecco, questo è il panorama in cui vide la propria alba la COP21, lo scorso dicembre a Le Bourget – un sobborgo di Parigi, Francia.

Cerchiamo innanzitutto di inquadrare la situazione. “COP” è un acronimo che sta per Conference of the Parties (Conferenza delle Parti), e si riferisce a degli incontri programmati annualmente dall’ONU – l’Organizzazione delle Nazioni Unite – per analizzare i progressi raggiunti nell’affrontare il cambiamento climatico. Tutto ebbe inizio nel 1992 con la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC, acronimo dal nome inglese), un trattato ambientale internazionale che forse conoscerete come Accordi di Rio Summit della Terra. Molti nomi e molte sigle: di fatto si stipulò un trattato – coordinato dall’ONU e che vide coinvolti 196 Paesi – il cui testo fu volto alla stabilizzazione delle emissioni di gas serra ad un livello che potesse prevenire “l’interferenza antropogenica con il sistema climatico”. Insomma, per evitare che l’uomo facesse troppi danni. Originariamente l’accordo non poneva limiti obbligatori, quindi risultava legalmente non vincolante; includeva però la possibilità che le parti adottassero atti ulteriori vincolanti – detti Protocolli – in apposite conferenze. Nascono così a partire dalla metà degli anni ‘90 le COP, ed almeno una di queste l’avrete sicuramente sentita nominare: la COP3, svoltasi a Kyoto nel 1997, che portò all’approvazione del Protocollo che prende il nome dalla città giapponese stessa. Gli obiettivi di taglio delle emissioni serra di quell’accordo coinvolgono ad oggi 192 Paesi; gli Stati Uniti – firmatari nel ‘97 sotto l’amministrazione Clinton – assunsero una posizione contraria al Protocollo di Kyoto con George W. Bush alla presidenza, rimanendo l’unico Paese non ratificante il trattato (seppur responsabili in quegli anni di circa il 36% delle emissioni di CO2).

Negli anni si sono susseguite le Conferenze delle Parti UNFCC, ma poche hanno portato ad accordi significativi e con valenza globale; spesso si è trattato di implementazioni al Protocollo del ‘97. Tra i più importanti troviamo il Bali action Plan (2007), il Copenhagen accord (2009) e i Cancun agreements (2010). I negoziati delle COP degli ultimi anni hanno avuto principalmente lo scopo di fornire una struttura e un testo di base per quelli che sarebbero stati gli Accordi di Parigi del 2015, dove si sarebbe consolidato l’accordo definitivo per sostituire il Protocollo di Kyoto. Ecco perché si trattava di un’occasione che in molti – scienziati e non – aspettavano con trepidazione e forti pretese: era dichiaratamente una tappa importante nella lotta al climate change.

Le premesse della COP21 non erano quindi banali: per la prima volta in oltre 20 anni di negoziati da parte dell’ONU, il Comitato Organizzatore si era riproposto di riuscire a raggiungere un accordo vincolante e universale sul clima, da parte di tutte le nazioni del mondo. Tutte. Mica male. Senza contare che da molte personalità socialmente impegnate del pianeta erano arrivati moniti importanti. Il segretario generale della Confederazione sindacale internazionale – Sharan Burrow – dichiarava che non ci sono “posti di lavoro su un pianeta morto”. Perfino il Papa aveva parlato di ecologia nell’enciclica Laudato si’, facendo riferimento al cambiamento climatico e richiedendo interventi dalle autorità internazionali. Vedremo come di certo questo trattato si è rivelato universale, mentre ci sarà più da discutere sui vincoli effettivamente posti.

Foto bonus: arrivano pressioni anche dagli orsi polari, che scendono in piazza a manifestare. Altri non si sono mossi dai poli, ma hanno impugnato lo stesso il megafono.

Non risparmiavano enfasi nemmeno gli organizzatori stessi della Conferenza: “Se lo rigetterete, i nostri figli in tutto il mondo non ci capiranno né ci perdoneranno”, così il Ministro degli Esteri francese e Presidente della COP21 Laurent Fabius presentava il testo definitivo in assemblea il 12 dicembre 2015, dopo 12 giorni e notti di negoziati tra le parti. In un articolo di Wired che descrive l’accordo, leggiamo anche quanto ribadiva il Presidente francese Hollande: “Non capita spesso nella vita di avere l’opportunità di cambiare il mondo, voi oggi avete quest’opportunità”. Spesso la politica parla per slogan e certamente tira acqua al proprio mulino, ma sulla globalità del trattato questa volta c’è poco da discutere. I rappresentanti e le delegazioni dei 196 Paesi presenti approvarono le sudate carte, colmando le divergenze iniziali. Per entrare in vigore nel 2020 (anno al quale fu estesa in precedenza la validità del Protocollo di Kyoto), sarebbe dovuto essere ratificato da almeno 55 paesi che rappresentassero complessivamente il 55% delle emissioni mondiali di gas serra, altrimenti non sarebbe stato vincolante per gli Stati. Con la ratifica uno Stato fa proprio un accordo internazionale, immettendolo nell’ordinamento; insomma, è un processo necessario affinché l’atto abbia validità.

Il testo approvato a Parigi (qui una traduzione integrale in italiano ad opera del Ministero dell’Ambiente) parte da un presupposto fondamentale: “Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta”. Vediamo quindi i contenuti principali e i punti deboli più evidenti di quello che rimane un passaggio storico, seppur da molti ritenuto imperfetto.

Del contenimento della temperatura globale ben al di sotto dei 2°C si è già parlato in precedenza. Si legge sempre su Wired che i promotori di quest’obiettivo sono stati i rappresentanti delle piccole isole e degli altri stati più vulnerabili agli impatti del cambiamento climatico, per i quali quel mezzo grado può fare la differenza tra la vita e la morte. I 4 più grandi inquinatori – Cina, USA, India ed Europa – si sono ripromessi di tagliare le emissioni per raggiungere il traguardo. Molti – tra cui anche Steffen Kallbekken, direttore del Centre for International Climate and Energy Policy – hanno evidenziato come il testo contenga delle incoerenze rispetto a questi obiettivi. Si prevede nell’accordo un processo di revisione degli avanzamenti che dovrà svolgersi ogni cinque anni a partire dal 2018, e già il fatto che il primo controllo avvenga solo nel 2023 ha suscitato molti pessimismi tra coloro che temono un continuo inquinamento durante questa proroga. Ogni Paese che ratifica l’accordo sarà tenuto a fissare un obiettivo di riduzione delle emissioni, ma il quantitativo sarà volontario; per di più, in caso di insuccesso esiste al momento solo un sistema name and shame, ovvero una lista di paesi inadempienti, pensata per incoraggiarli ad attuare il piano sul clima. E attenzione: se è vero che la COP si impegna a revisionare i progressi presentati dalle singole nazioni, di fatto questi saranno sì dettagliati, ma autocertificati, e non di competenza di un organismo internazionale; modifica richiesta ed ottenuta dagli stati emergenti – Cina su tutti – infierendo su questo punto un brutto colpo agli Stati più industrializzati. Il lettore potrebbe vedere in questo la morte della trasparenza; di certo è stato un compromesso per avere l’approvazione anche dei Paesi più scettici.

 

Non è stato posto un limite in termini di tempo per l’azzeramento totale delle emissioni, nè degli step che portino gradualmente alla sostituzione dei combustibili fossili (Secondo l’IPCC sarebbe necessario un taglio del 70-95% entro il 2050 per stare sotto i 1.5°C). Il concetto di decarbonizzazione, ovvero l’abbandono totale di questo tipo di carburanti, non viene citato: i produttori di petrolio e gas – tanto le imprese quanto i paesi – si sono opposti e hanno ottenuto che non si specificasse una data. Si parla invece più genericamente di “bilancio tra emissioni antropogeniche e rimozione di queste da parte dei serbatoi biosferici (come oceani e foreste) nella seconda metà del secolo”.

In ogni caso i Paesi, sviluppati e non, hanno responsabilità diverse nel perseguire gli scopi degli accordi. A partire dal 2020, infatti, i primi stanzieranno 100 miliardi all’anno di finanziamenti per assistere i Paesi meno industrializzati, e potenzialmente diffondere le tecnologie verdi “decarbonizzando” l’economia. Inoltre, i Paesi geograficamente più vulnerabili ed esposti alle conseguenze del riscaldamento globale – e che solitamente sono anche i più poveri – riceveranno dei rimborsi per compensare le perdite finanziarie subite, seppur non vi saranno responsabilità civili.

Quella che Wired definisce “una sconfitta per l’Unione europea” è la mancanza di interventi sulle emissioni di aerei e navi che percorrono rotte internazionali – e per questo sfuggono facilmente ai conteggi – che diffondono ogni anno nell’atmosfera un quantitativo di CO2 maggiore dell’intero Regno Unito. É notizia del 7 ottobre 2016 che in un meeting a Montreal la International Civil Aviation Organisation (ICAO) abbia cercato un primo storico accordo mondiale per allinearsi agli obiettivi di Parigi. Non ce l’hanno fatta: non vi sarà un taglio netto alle emissioni, ma a partire dal 2020 se queste saranno in aumento “ci si aspetta che le maggiori nazioni prendano parte” a dei provvedimenti, quindi rimarrà comunque un contributo volontario. Quanto previsto dalla ICAO è che in ogni caso per contrastare un aumento di emissioni si favoriscano le attività “serbatoio”. Ad Open Wet Lab non siamo ingegneri ambientali, ma qualcosa ci dice che piantare alberi non basterà.

Cerchiamo di trarre delle conclusioni da quanto detto. Il testo è piuttosto debole in alcuni punti delicati e fondamentali per contenere il cambiamento climatico, ma non si possono non tenere in considerazione alcuni aspetti positivi. Primo tra tutti, come già sottolineato, la grande partecipazione: erano moltissimi i capi di stato presenti in prima persona alla COP – evento raro perfino per l’ONU – e i paesi che hanno presentato i contributi che intendono fornire (le cosiddette INDC, valutate ogni 5 anni) coprono oltre il 90% delle emissioni, mentre a Kyoto ne costituivano solo il 12%. Probabilmente non è ancora abbastanza, come mostrano delle previsioni di aumento di temperatura (pubblicate in un lavoro su Nature dello scorso giugno) basate sugli INDC elaborati dai singoli stati alla COP21; ma rimane un miglioramento sensibile rispetto allo stato attuale.

Quel che pare evidente a tutti, è che gli obiettivi dichiarati possano essere raggiunti solamente con la fine dell’era dei combustibili fossili, risorsa in ogni caso destinata ad esaurirsi nel tempo e alla quale si dovranno cercare valide alternative. Quello che questi tutti si augurano è anche che le prossime COP, a partire da quella di Marrakech del novembre 2016, siano efficaci nel continuare i negoziati e definire maggiori dettagli in termini di cifre e tempi nel conto alla rovescia per la lotta al climate change.

Citazioni bonus: “Rispetto a quello che avrebbe potuto essere, è un miracolo. Rispetto a quello che avrebbe dovuto essere, è un disastro”. “Il vertice di Parigi è il migliore che ci sia mai stato. E questa è un’accusa terribile”. Sono di George Monbiot, da un articolo scritto per The Guardian.

E con la ratifica dell’accordo a che punto siamo? Buono, anzi, ottimo. Ricordate i 55 paesi rappresentanti il 55% delle emissioni? La soglia è stata superata il 5 ottobre scorso, in particolare grazie alle ratifiche di settembre dei due maggiori produttori mondiali di gas serra: Cina (20,09%) e Stati Uniti (17,89%). Poco dopo è arrivata anche l’importante approvazione del Parlamento Europeo (alla quale dovranno seguire quelle dei singoli stati che non hanno ancora proceduto autonomamente) e dell’India. Qui c’è una mappa che si aggiorna man mano che gli Stati ratificano l’accordo.

E l’Italia? La ratifica è arrivata in extremis: il 27 ottobre, appena 10 giorni prima dell’inizio della COP22, grazie a un’accelerazione dei tempi da parte del Parlamento. Un aspetto su cui si lavorerà saranno anche gli accordi bilaterali stipulati durante la COP21 per fornire fondi a paesi gravemente colpiti dal cambiamento climatico, come le isole del Pacifico.

Concludiamo così il nostro viaggio climatico, cominciato da un osservatorio su un vulcano nelle Hawaii per arrivare, infine, in una sala conferenze parigina con un’elevatissima densità di capi di stato. Speriamo di aver tenuta viva la vostra attenzione lungo le diverse tappe che abbiamo affrontato: come sempre, l’obiettivo della comunicazione scientifica di OWL è quello di aiutare la diffusione di consapevolezza e pensiero critico nell’affrontare queste tematiche. E parlare di clima in particolare diventa importante se pensate che il nuovo Presidente degli Stati Uniti arriva a credere che il climate change sia una bufala inventata dai cinesi (vedere per credere, i tweet non li ha cancellati). E sembrerebbe che buona parte del suo elettorato sia d’accordo con lui, come mostrano queste statistiche – a tratti parecchio tristi agli occhi di uno scienziato.

Nel frattempo, tocca ai premi Oscar sensibilizzare la popolazione su questo tema (dedicandosi pure alla divulgazione). Forse sarebbe stato il caso che i ruoli fossero invertiti. Let us not take this planet for granted. Leo, perchè non ti sei candidato tu?

 

(di Nicola Fattorelli)

Articolo pubblicato su Il Dolomiti il 18/11/2016