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Cambiamento climatico o clima di cambiamento?

Cambiamento climatico o clima di cambiamento?

A dire la verità, c’è poco da scherzare con i giochi di parole, a giudicare dalle ultime notizie in materia di climate change. Agosto 2016 è stato il mese più caldo di sempre, o perlomeno degli ultimi 136 anni, ovvero da quando si hanno a disposizione le strumentazioni di misura adeguate. E settembre non è da stato meno: il diossido di carbonio nell’atmosfera non è mai sceso sotto il limite simbolico delle 400ppm, che gli scienziati indicavano come il punto di non ritorno. Non era mai accaduto.

In breve tempo, trascorrono volando diversi climi

Il titolo del paragrafo lo prendiamo in prestito da Giacomo Leopardi, dalla diciassettesima delle sue Operette Morali. Vi chiederete: “E che c’entra il clima con la prosa leopardiana?” Assolutamente nulla, tranquilli, erano ben altre le preoccupazioni che alimentavano il suo pessimismo. Sedendo e mirando dal suo studio di Recanati, il poeta osserva un mondo diverso dal nostro, e scrive della leggerezza di quegli uccelli che migrano verso climi migliori, con un volo elegante e rapido.

In breve tempo, trascorre volando anche il clima del nostro pianeta. Altrettanto rapidamente, ma sull’eleganza ci sarebbe da discutere: forse l’unica leggerezza in gioco è quella con cui l’uomo sta lasciando che tutto questo accada. – “Eh ma, e la COP 21?” – parleremo anche di quello.

Adottare una scala di preoccupazione è complicato, per questo ci affideremo a un ordine anticronologico. La notizia più recente arriva dall’Osservatorio Mauna Loa (NOAA Earth System Research Laboratory), costruito nella suggestiva location delle Isole Hawaii, nel bel mezzo del Pacifico. Qui, ogni giorno, si misura la concentrazione di diossido di carbonio (o anidride carbonica, CO2) presente nell’atmosfera, e si forniscono mensilmente statistiche incomprensibili e grafici colorati. I valori medi giornalieri sono il risultato di complessi calcoli computazionali (come sempre nella scienza d’oggigiorno), basati sulle misurazioni prese ogni ora che soddisfano le condizioni di background; per farla facile: quelle ritenute “valide”. Settembre è solitamente il mese dell’anno in cui si tocca il punto minimo delle curve di concentrazione di CO2. Il perché questo avvenga è semplice e curioso: in autunno le piante, dopo essere cresciute e aver assorbito CO2 nella stagione estiva, perdono le loro foglie, che si decompongono e rilasciano nel tempo il diossido di carbonio nuovamente nell’atmosfera. Nel 2016 questo valore non è mai sceso al di sotto della soglia delle 400ppm (parti per milione).

Questo significa che il tetto era già stato sfondato da parecchi mesi, e che i valori medi sono destinati a non scendervi mai più al di sotto per il resto delle nostre vite, dicono gli esperti del settore. Ed è facilmente intuibile se osserviamo i dati raccolti negli anni: a partire dalla rivoluzione industriale, l’inquinamento a causa della CO2 è sempre cresciuto, e con un tasso a dir poco allarmante. I climatologi spesso si riferiscono al periodo “pre-industriale” come gli anni che vanno dal 1880 circa al 1910, quando si cominciano a collezionare misurazioni con una strumentazione moderna e dopo il quale qualsiasi grafico che fa riferimento al riscaldamento globale (global warming) comincia ad impennarsi. Per capirci, dalla finestra dello studio del nostro Leopardi entrava un’aria con una concentrazione sicuramente inferiore alle 280ppm di CO2. Ma basta osservare i dati raccolti negli ultimi 56 anni al Mauna Loa per farsi un’idea della crescita vertiginosa di questo valore (in rosso le oscillazioni dei dati anno dopo anno: picchi massimi in maggio, minimi in settembre).

Nel caso vi stiate chiedendo se delle misure prese a 3400 metri d’altezza (il Mauna Loa è un vulcano) su un arcipelago nell’oceano siano rappresentative per il resto del mondo, gli scienziati sono sicuri di sì. Qui vi spiegano perché, e anche come misurano i livelli di CO2 (spoiler: potrebbe essere noioso). Se date un’occhiata nel sito, ci sono anche i valori globali, e vedrete che sono del tutto simili a quelli di cui stiamo parlando.

Osservando questi dati, appare quindi evidente che il superamento delle 400ppm fosse più che altro una questione di “quando” e non di “se” sarebbe avvenuto. Tuttavia, “L’inevitabilità della cosa non la rende meno significativa”, si legge su The Guardian. Ma cosa significa questo valore-soglia? E’ davvero così importante e pericoloso?

Nì. Lo è, ma come sempre questi limiti che gli scienziati si pongono sono numeri convenzionali: 400ppm letteralmente significa tanto. Troppo.

Ciò che è chiaro, è che l’uomo sta alterando da molti anni tutta una serie di equilibri del pianeta. E lo sta facendo anche grazie a questa immissione sempre maggiore di diossido di carbonio nell’atmosfera. Troppo perché possa essere assorbito dalle piante. Troppo anche per gli oceani, fondamentale bacino per catturare la CO2. L’anidride carbonica, come ad esempio il metano e gli ossidi di azoto, è un gas serra, e sappiamo bene essere una delle componenti antropiche più importanti nell’innalzamento dell’effetto serra naturale (Greenhouse effect). Tutto ciò sta quindi pesantemente contribuendo ad incrementare le temperature globali (l’aumento è 10 volte più veloce di quanto ci si aspetti da questo periodo storico), e a condurre alle conseguenze potenzialmente catastrofiche che il climate change si porta appresso. Tra le altre: l’aumento del livello dei mari, disastri naturali più potenti e frequenti, perdite dei raccolti e svariati problemi socio-economici.

Il catastrofismo degli esperti del settore non è altro che la voce realista di chi ha a cuore un problema che vede sfuggirsi rapidamente di mano, senza aver potere di fermarlo. Ralph Keeling, lo scienziato che dirige il programma di monitoraggio della CO2 nel citato Istituto Oceanografico hawaiiano, dichiara senza mezzi termini che se anche smettessimo domani stesso di emettere diossido di carbonio dell’atmosfera, ciò che vi è già stato rilasciato in passato vi rimarrebbe per molte decadi. Della stessa opinione è Gavin Schmidt, chief climate scientist della NASA, che però sottolinea come il migliore dei casi sia decisamente utopico, aggiungendo: “Non vedremo mai più un mese sotto le 400 ppm.”

Link bonus: un’animazione della NASA mostra come la CO2 si muove all’interno dell’atmosfera del pianeta.

Abbiamo citato in precedenza gli oceani come bacino per l’anidride carbonica. Vale la pena approfondire questo concetto, perchè forse meno immediato di quello ben presente nell’immaginario collettivo delle piante che assorbono la CO2. Il ruolo degli oceani nel ciclo del carbonio è fondamentale: si stima che l’ammontare totale del carbonio presente in queste riserve d’acqua sia 50 volte maggiore di quello atmosferico. In un recente studio dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN), è riportato di come gli oceani siano di gran lunga il più importante serbatoio per il carbonio al mondo, avendo assorbito negli anni più del 90% del calore in eccesso generato dalle attività umane. In un certo senso, quindi, ci stanno salvando la vita.

Il report, intitolato Explaining ocean warming, descrive con uno scenario quasi apocalittico un possibile mondo senza l’aiuto da parte degli oceani. Guardando all’ultimo secolo, senza questi bacini ad assorbire le emissioni di carbonio dell’era industrializzata, le temperature medie si sarebbero alzate di diversi gradi centigradi (molto più dei 2°C che cerchiamo di evitare oggi), il che avrebbe condotto ad esiti disastrosi.  Ma le acque degli oceani non sono come il gonnellino di Eta Beta: non si possono riempire all’infinito, e tutto questo si porterà degli strascichi negli anni. La vita dell’ecosistema marino, la cui enorme biodiversità è ben nota, ne sta già soffrendo, si legge nello studio. Inoltre, l’assorbimento della CO2 potrebbe salvarci nel breve termine, ma scalderà gli oceani di 4°C prima del 2100. Qui sorge il problema principale: acque più calde non sono in grado di trattenere altrettanta anidride carbonica al loro interno, la quale scapperà mano a mano verso l’atmosfera, riscaldando la superficie terrestre. E il processo, annunciano gli scienziati, sta già cominciando. Aspetto che sottolineava Samar Khatiwala, ricercatore in oceanografica alla Columbia University, già nel 2009: “Più diossido di carbonio assorbono, più gli oceani diventano acidi, riducendo la loro abilità nel trattenere la CO2, è semplicemente un effetto chimico”. È anche evidente come questo si alimenti in un incessante feedback positivo: un mondo più caldo significa oceani più caldi, e quindi bacini di carbonio più deboli, e di nuovo più CO2 nell’atmosfera.

Ogni giorno che passa – conclude The Guardian nell’articolo citato in precedenza – ci stiamo allontanando dal clima in cui l’uomo ha prosperato, avvicinandoci ad un futuro instabile.

E se gli uccelli che volavano verso nuovi climi erano per Leopardi degni di uno stato di felicità che l’uomo non poteva raggiungere, gli uccelli del 2016 non devono essere troppo felici di volare nei nostri cieli.

 

Non perdetevi la prossima puntata.

(di Nicola Fattorelli)

Articolo pubblicato su Il Dolomiti il 07/11/2016