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Una rivoluzione partita dai microbi

Una rivoluzione partita dai microbi

La storia di CRISPR ha inizio nella prima metà degli anni ’90, sulla costa meridionale della Spagna.

Ci troviamo ad Alicante, una splendida cittadina della Costa Blanca, incastonata tra le pendici di un monte su cui sorge un castello eretto durante la dominazione cartaginese. L’ampia spiaggia sabbiosa, su cui si affaccia la città, attira numerosi turisti nella stagione estiva, che godono del clima e della varietà di stili architettonici della cittadina.
Storicamente Alicante è anche famosa per le sue saline, edificate sulle paludi di sale circostanti.

Francisco Mojica è un giovane ricercatore che ha appena intrapreso i suoi studi di dottorato all’Università locale. Il suo laboratorio si occupa dei microbi che popolano le numerose pozzanghere salate della regione. In particolare, lui sta studiando come la concentrazione di sale modifica l’attività di enzimi che tagliano il DNA del batterio stesso.

Curiosamente, trova che un frammento specifico viene tagliato più spesso degli altri. Questo frammento ha una struttura particolare: le A, T, C, G, l’alfabeto con cui è scritto il DNA, sono disposte in delle sequenze palindromiche che vengono ripetute diverse volte all’interno di questo frammento (per capirci, anche le parole «osso» e «radar» sono palindromiche). Queste sequenze inoltre sono intervallate da altre brevi serie di caratteri che non sono tuttavia uguali tra loro, che chiameremo «sequenze-spazio».

(Schema del posizionamento di CRISPR sul DNA – di Davide Visintainer)

Il fatto di trovare delle somiglianze così evidenti in organismi evolutivamente molto distanti tra loro, ha decisamente catturato la curiosità di Mojica. In biologia, quando si osserva una caratteristica simile in alcune specie diverse, significa che quella caratteristica costituisce un vantaggio evolutivo, cioè un fattore che ha permesso la sopravvivenza delle specie medesime.

In questo caso, abbiamo un motivo nella sequenza di DNA che è stato selezionato, ed è presente sia nei microbi amanti del sale di Alicante che in Escherichia coli (il batterio più famoso in biologia).
A Francisco dev’essere passata per la testa questa domanda: «Bene, ma a cosa diavolo serve?».

Il nostro eroe deve però lasciare le sue amate spiagge soleggiate per trascorrere un periodo di ricerca nella piovosa Oxford, in Inghilterra. Quando torna, ottenendo una cattedra da professore all’Università, non possiede abbastanza fondi per stabilire il suo laboratorio di ricerca. Passa così le giornate su specializzati motori di ricerca che contengono le sequenze di DNA di altri microrganismi, per cercare se altre specie possiedono quegli stessi motivi da lui trovati.

Questi motivi si chiamano CRISPR (se ricordate, il nome che avevamo dato alla nostra tecnologia), e Mojica, all’alba del nuovo millennio, ritrova 20 differenti microbi in cui sono presenti queste sequenze.

A questo punto l’indagine dello scienziato cambia obiettivo: ma le sequenze-spazio, non simili tra loro, che intervallano le sequenze uguali palindromiche, avranno una qualche identità specifica?
Guarda caso, una di queste sequenze-spazio di Escherichia coli viene trovata identica in un virus che infetta proprio quella specie. Tuttavia, quella particolare popolazione di E.coli presa in esame è immune a quel virus. Proseguendo la ricerca, scopre che ben i due terzi di queste sequenze-spazio corrispondono a sequenze trovate in altri virus, infettivi per i batteri, ma a cui quelle specie in particolare erano immuni.
Mojica non crede ai suoi occhi, sembra aver scoperto un indizio di un possibile sistema immunitario adattativo in batteri, fino ad allora nemmeno ipotizzato.

Egli crede infatti che il batterio, in seguito all’infezione, trattenga con sé alcune sequenze di DNA del virus affinché, nella successiva infezione, riconosca il DNA del virus medesimo e sia in grado di operare una risposta per eliminarlo.
Anche noi possediamo un sistema immunitario adattativo che però funziona diversamente, essendo molto più complesso ed evoluto, e ci permette di riconoscere un agente infettivo all’infezione successiva e quindi eliminarlo. In effetti, di morbillo ci si ammala una volta sola.
Chissà perché, nessuna rivista scientifica prestigiosa accetta di pubblicare la sua scoperta, e così Mojica, deluso, si dovrà accontentare di un articolo su un periodico di second’ordine.

Ci spostiamo allora in Francia, nel sud di Parigi, dove Gilles Vergnaud dirige un laboratorio di genetica umana, finanziato dal Ministero della Difesa francese. Negli anni ’90, in seguito all’inquietudine diffusa che Saddam Hussein stesse sviluppando delle armi biologiche, l’esercito chiede a Gilles di concentrarsi su nuovi metodi per il rilevamento di batteri letali, come l’antrace e la peste.

Lo scienziato, studiando i genomi della peste, trova dei motivi simili a quelli di Mojica, cioè palindromici ed intervallati da sequenze-spazio differenti. E queste sequenze corrispondono proprio a dei genomi virali, da cui però la peste ne era immune. Anche il ricercatore francese propone quindi che questo CRISPR sia una sorta di “memoria genetica” delle infezioni precedenti, e, tuttavia, trova anche lui molte resistenze nel pubblicare la sua scoperta.

Insomma, le evidenze ci sono tutte, mancano però le prove. Non si è ancora capito in che modo queste sequenze-spazio, che contengono l’informazione per riconoscere i virus infettivi, servano in pratica al batterio per sviluppare l’immunità.
Una risposta verrà data qualche anno dopo, nel 2005, da un gruppo di scienziati molto particolare.

Uno di loro è Philippe Horvath, un giovane ricercatore fresco di dottorato conseguito all’Università di Strasburgo. Come Mojica, anche Horvath studia dei microbi caratteristici della regione in cui vive, nel suo caso l’Alsazia. E’ un esperto di batteri utilizzati per la fermentazione dei crauti, ingrediente principale della «choucroute garnie», un piatto a base di salsicce e crauti della tradizione locale. Nel 2000 viene così assunto da un’azienda che si occupa di coltivare microbi e lieviti per l’industria alimentare, e in quegli anni, venuto a conoscenza di CRISPR, esplora la possibilità di dimostrarne il suo funzionamento.
Avrà bisogno dell’aiuto di Sylvain Moineau e Rodolphe Barrangou, ricercatori rispettivamente in Canada e Stati Uniti, per raggiungere il suo obiettivo.

Il loro esperimento è semplice. Coltivare un batterio sensibile a determinati virus, infettarlo con questi e poi selezionare i ceppi resistenti, cioè le popolazioni di batteri che hanno sviluppato l’immunità all’infezione.
Quello che ottengono è strabiliante: analizzando il DNA di questi batteri resistenti ritrovano proprio le sequenze-spazio che cercavano, cioè quelle sequenze identiche al DNA dei virus con cui hanno infettato le loro colture in laboratorio.

Scoprono anche che alcuni geni – ovvero le sequenze di DNA in cui sono scritte le istruzioni per costruire le proteine – sono fondamentali per il corretto funzionamento dell’immunità. Che rimane, tuttavia, ancora oscura.

Ripercorriamo brevemente i passi compiuti finora: scienziati spagnoli, francesi, canadesi ed americani sono rimasti affascinati da CRISPR e si sono riproposti di conoscerlo meglio. Hanno descritto precisamente le sequenze di DNA che lo compongono, hanno riconosciuto delle somiglianze evidenti tra le sequenze-spazio e delle sequenze presenti in alcuni virus, sono riusciti ad osservare l’incorporamento di queste ultime nei batteri immunizzati ed infine hanno proposto un’ipotesi: CRISPR potrebbe essere un «sistema immunitario adattativo» batterico.

Niente male per cominciare, ma ora ci dobbiamo proprio lasciare. Nella puntata seguente racconteremo come CRISPR sia diventata una delle tecnologie più rivoluzionarie delle scienze biologiche.

Alla prossima!

Giovanni Palla

FONTI:

http://www.cell.com/abstract/S0092-8674(15)01705-5

 

Pubblicato su L’Adige il 24/05/2016

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Olio di palma e salute: eccessive incriminazioni o reale pericolo?

Olio di palma e salute: eccessive incriminazioni o reale pericolo?

Nella prima parte dell’articolo è stato presentato il dibattito riguardante l’utilizzo dell’olio di palma ed il suo impatto a livello ambientale. Non solo l’ambiente, ma anche i suoi effetti sulla salute sono tutt’ora nell’occhio del ciclone.

Le informazioni assimilabili dal web o dagli articoli spesso generano confusione in quanto non si fa in tempo a finire di leggere la pubblicazione di uno studio scientifico che ne esce un altro in cui, puntualmente, si afferma il contrario.

Una così vasta eterogeneità delle informazioni spesso sorge a causa del conflitto di interessi che manipola il parere e l’opinione di alcuni medici e nutrizionisti, coinvolti nella consulenza per aziende alimentari.

E’ molto noto lo scandalo che riguarda il Dottor Eugenio Del Toma, il quale promuoveva l’utilizzo dell’olio di palma, fino a che non emersero i contratti di consulenza che aveva stipulato con diverse aziende produttrici di biscotti. In ogni caso, nel groviglio di idee e pareri, gli specialisti non smettono di promuovere uno stile di vita sano ed attivo, senza assolvere né condannare l’olio di palma come singolo ingrediente. Laura Rossi, ricercatrice presso il Centro di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (Cra-NUT di Roma), ricorda riferendosi agli acidi grassi saturi: «[…] Che queste sostanze vadano consumate in modo limitato nella nostra alimentazione, perché altrimenti fanno ammalare le nostre arterie, […] ma l’olio di palma non dovrebbe essere demonizzato in quanto tale. […]». In sostanza non è l’olio di palma in sé a fare male, bensì il mix di ingredienti che compone un dato alimento e che porta a eccedere le quantità giornaliere raccomandate per quei nutrienti, come zuccheri e grassi, che un occhio di riguardo sì, lo meriterebbero.

Effettivamente l’olio di palma è ricco di acidi grassi saturi (50% in contenuto), quelli dannosi per il cuore e i vasi sanguigni per intenderci, ma il burro, che tutti noi utilizziamo comunemente a colazione, non ha nulla da invidiargli dato che ne è costituito per ben il 51%.

Inoltre, come ricorda la professoressa Elena Fattore, dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche «Mario Negri»: «[…]Occorre insomma fare attenzione nel dire che un olio è migliore di un altro. Non dimentichiamo che i grassi vegetali idrogenati vennero impiegati in sostituzione di quelli animali, perché si disse che erano dannosi, per scoprire poi che erano addirittura peggiori. Non bisognerebbe fare crociate ideologiche senza sufficienti evidenze scientifiche[…]».
Insomma, olio di palma ormai è moda: blog, programmi televisivi e quotidiani ci rimpinzano ogni giorno con notizie, anche abbastanza contrastanti tra di loro e tutte, a quanto pare, supportate da «recenti studi scientifici». In questo mare di scandali, accuse e boicottaggi bisogna cercare di non perdere di vista la coerenza ed il senso critico perché, alla fine, ad avere risvolti sulla nostra salute, su quella dell’ambiente e sulle condizioni delle altre popolazioni non è solo l’olio di palma.

Dunque, è importante non farsi influenzare negativamente dalle troppe accuse, lanciate senza alcun fondamento scientifico, e dalle molte, troppe, petizioni che rincorrono obiettivi utopici. Eliminare totalmente l’olio di palma dalla dieta non ridurrebbe il disboscamento che è in atto perché probabilmente sopraggiungerebbero altre culture ad incentivare tale fenomeno. Allo stesso modo non si porterebbe a una riduzione dei gas serra, perché gli impianti tecnologicamente arretrati verrebbero impiegati per la lavorazione di altri prodotti.

Inoltre, con tutto questo accanimento sull’olio di palma, si rischia di perdere di vista le numerosissime altre problematiche ambientali che noi stessi causiamo quotidianamente con le nostre scelte alimentari, di acquisto e di comportamento. Cosa dire delle preoccupanti quantità di sostanze chimiche che ogni giorno sono riversate in mare e che stanno avvelenando gli oceani, ce ne siamo forse dimenticati? E del disboscamento che sta subendo la foresta Amazzonica per la produzione di legname, ce ne siamo dimenticati? Del rilascio, spesso abusivo, delle sostanze tossiche da parte degli allevamenti intensivi che stanno acidificando e portando alla desertificazione del terreno, ce ne siamo dimenticati? In conclusione, la questione olio di palma non deve predominare per importanza e non deve distogliere l’attenzione da tutti gli altri fenomeni che stanno deteriorando il nostro pianeta.

Anziché lamentarsi su quanto faccia male alla salute e all’ambiente l’olio di palma sarebbe più utile e produttivo domandarsi come minimizzare i danni delle coltivazioni. E sicuramente la risposta non sta nell’«eliminarlo da ogni alimento, eliminando le piantagioni». Un maggiore utilizzo di olio di palma certifica to RSPO, prodotto in maniera sostenibile, l’utilizzo di impianti tecnologicamente più evoluti per diminuire il rilascio dei gas serra, attuare controlli più severi e regolari per andare incontro alle popolazioni autoctone e ai coltivatori: questi sono solo alcuni esempi delle tante iniziative concretamente attuabili e a cui dovrebbe essere dato un maggior rilievo per dare una reale svolta a questa faccenda.

Elena Klaic

 

Pubblicato su L’Adige il 03/05/2015

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La nuova frontiera dell’editing del genoma: CRISPR

La nuova frontiera dell’editing del genoma: CRISPR

All’inizio del mese di febbraio è stato pubblicato il “Rapporto annuale sulla valutazione delle minacce mondiali”, un documento stilato dalla Comunità d’Intelligence degli Stati Uniti (di cui fanno parte, ad esempio, la CIA, l’NSA e l’FBI) che riporta i pericoli per la sicurezza globale individuati durante l’anno passato. Scorrendo la lista troviamo diverse voci “familiari”, come ad esempio un possibile test nucleare da parte della Corea del Nord, oppure delle “non dichiarate” armi chimiche in Siria ed ancora delle nuove tipologie di missili russi che potrebbero violare i trattati internazionali. Scorrendo in fondo alla sezione “Armi di Distruzione di Massa” troviamo anche un piccolo paragrafetto, come se fosse stato aggiunto di fretta, intitolato “Correzione del Genoma”.

Si legge: “Le ricerche sulla correzione del genoma, condotte in paesi con diversi standard etici e regolatori rispetto a quelli dei Paesi Occidentali, aumentano il rischio della creazione di un potente e dannoso agente biologico […] il cui uso deliberato o non intenzionale potrebbe portare ad implicazioni economiche e di sicurezza nazionale, di vasta portata.” Sembra preoccupante, per usare un eufemismo.

Tuttavia, non vengono approfonditi i casi concreti, per cui questa metodologia apparirebbe tanto pericolosa. Non sono inoltre specificati eventi reali e non vengono proposte soluzioni per arginare il rischio, e questo fa riflettere. In effetti, non ci sono ancora stati episodi clamorosi di cosiddetto “bioterrorismo”, che avrebbero fatto presagire il problema. Di conseguenza il tono del documento in merito non può che essere superficiale, come dire: gli strumenti esistono ma il loro utilizzo per fini pericolosi, per ora, esiste soltanto nella sfera delle possibilità.

Tuttavia, la scelta di inserire questa nuova tecnologia nel documento in questione ha sorpreso non pochi esperti, ed ha chiaramente ridimensionato l’importanza del problema. Insomma, non è più una ricerca che interessa soltanto gli scienziati, ma anzi, sembra sia rilevante anche per la sicurezza nazionale statunitense.

Senza destare troppi allarmismi, sarà nostro compito descrivere di che tipo di tecnologia si tratta, quali sono i pericoli a cui fanno riferimento, e qual è lo stato dell’arte attuale. Il documento in questione è soltanto uno spunto per raccontarvi uno dei più importanti progressi avvenuti negli ultimi anni, in ambito biologico, che potenzialmente porterà grandi cambiamenti nel modo in cui vengono trattate le malattie più disparate.

Proseguiamo però con la lettura del paragrafo, si legge: “Gli avanzamenti nella Tecnologia della Correzione del Genoma hanno costretto gli esperti statunitensi ed europei a porsi delle domande in merito alla modifica non regolamentata della linea germinale (cioè le cellule rilevanti per la riproduzione, nello specifico ovuli e gameti). Queste modifiche genetiche sarebbero infatti ereditabili.”

In altre parole, questa tecnologia permetterebbe di effettuare delle modifiche genetiche sulle cellule che, potenzialmente, darebbero origine ad un essere umano. Le domande in questione, i massimi esperti del campo se le sono poste in una convention tenutasi durante i primi giorni di dicembre dello scorso anno, all’Accademia delle Scienze statunitense, un complesso di edifici immerso nel parco adiacente al Campidoglio, a Washington D.C.

L’assemblea, che vedeva la partecipazione anche dell’Accademia delle Scienze Cinese e della Royal Society britannica, si prefiggeva proprio di discutere i quesiti in ambito scientifico, etico e giuridico associati alla ricerca sulla Correzione del Genoma umano. Al termine dei dibattiti, sono state rilasciate delle dichiarazioni da parte del comitato organizzatore, soprattutto in merito all’utilizzo di questa tecnologia per la modifica delle cellule della linea germinale.


Anche di queste dichiarazioni discuteremo ampiamente, tuttavia, ci preme fare un breve riassunto.

Nei mesi precedenti sono state sollevate diverse questioni, decisamente rilevanti per gli ambiti più diversi, in merito ad una nuova tecnologia biomedica che sembra rivoluzionerà il modo di curare le patologie. Questa stessa tecnologia, però, essendo così potente, apre degli enormi spazi di riflessione sulle modalità in cui essa verrà utilizzata. In particolare, ci spinge a ragionare su alcuni nodi etici fondamentali, ad esempio sulla considerazione stessa della vita umana, e della malattia, e, come era successo per la fissione nucleare, sul modo in cui la società umana interagisce con le nuove scoperte scientifiche.

Non sarà facile, e nemmeno breve, ma cercheremo di portarvi diversi spunti di riflessione, così, quando vi capiterà di leggere notizie a riguardo sui giornali, forse avrete qualche strumento in più per districarvi in un terreno impervio ed in continuo mutamento. Dalla prossima puntata racconteremo un po’ della storia che ha portato a questa scoperta, del suo aspetto innovativo ed anche di come mai è scoppiata una vicenda giuridica per decidere chi sia stato il “vero scopritore”, o meglio, chi potrà registrare il brevetto per tale scoperta.

Un’ultima cosa, prima di lasciarci, diamo finalmente un nome a questa tecnologia: CRISPR.

Giovanni Palla

Fonti: Technologyreview

National Academies

 

Pubblicato su L’Adige il 10/05/2016

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I vaccini funzionano. Punto

I vaccini funzionano. Punto

In seguito ai recenti articoli de l’Adige riguardanti la questione dei vaccini (eccone uno e qui l’altro) anche noi di OWL abbiamo sentito il dovere di esprimere le nostre convinzioni, o meglio i fatti di cui esistono prove ben documentate. Consiglio in primis di leggere l’editoriale del dott. Pedrotti (lo trovate qui), preciso e puntuale nelle risposte; io cercherò di rimarcare alcuni nodi chiave e lo farò con uno stile personale, probabilmente poco “politically correct”, ma sono davvero esausto di sentire le false credenze diffuse dagli anti-vaccinisti. Per intenderci, siamo ai livelli di complottisti, diete basiche, omeopati e credenti delle scie chimiche: il problema però è ancora più grave, perché mettendo in dubbio l’efficacia o la sicurezza dei vaccini si gioca con la salute, la propria e quella delle persone che ci circondano.

Ora, non conosco bene l’associazione “Vaccinare informati”, né conosco la sua presidente, la signora Filippi, ma è importante sottolineare come abbia esposto idee sbagliate e potenzialmente omicide. Leggo che ciò che desidera questa associazione sarebbe “un tipo di informazione corretta e completa”, quello che vogliamo anche noi di OWL, un’associazione di divulgazione scientifica: il problema è che un confronto serio è possibile solo se è presente l’obiettività dei dati scientifici. Parlo di numeri, prove nero su bianco che i vaccini funzionano e che sono una delle più grandi conquiste nella storia dell’uomo. Se si chiudono gli occhi davanti alle dimostrazioni portate da migliaia di articoli scientifici e decine di anni di studio tanto vale parlare delle mezze stagioni, del trentesimo scudetto della Juventus o di chi ha truccato l’ultimo Sanremo.

Non per niente, nell’Italia di oggi va molto di moda parlare a sproposito e sostenere la propria opinione ad ogni costo, anche in merito ad argomenti che non ci competono; tuttavia, l’efficacia e la necessità dei vaccini non possono essere materia di opinione personale. È importante ribadirlo: i vaccini funzionano e non causano l’autismo e chiunque dica il contrario è un ignorante o è in malafede. Possono, questo sì, causare effetti collaterali di entità limitata (come mal di testa, febbre, nausea), caratteristica che hanno in comune con qualsiasi farmaco esistente. Possono anche essere correlati a complicanze più gravi (come una reazione allergica): stiamo parlando di circostanze estremamente rare (numeri quali una persona ogni centomila o ogni milione), in alcuni casi così rare da non poter dedurre se il problema sia stato causato dal vaccino o sia dovuto al caso. In sintesi, è molto più probabile che una persona non vaccinata si ammali, piuttosto che sia soggetta alle complicazioni in seguito alla somministrazione di un vaccino, i cui effetti collaterali sono comunque meno gravi della malattia che vanno a prevenire.

Ora diamo un’occhiata a quest’immagine, creata dal designer Leon Farrant sulla base dei dati del Centers for Disease Control & Prevention.

Prende in considerazione il parametro “morbidity” (una misura dell’incidenza di una malattia all’interno di una popolazione) prima e dopo la diffusione del relativo vaccino. Forse questo grafico, più di tutti, riesce a dare un’idea dell’importanza vitale e dell’efficacia dei vaccini, che ci hanno permesso di debellare o contrastare malattie mortali, potenzialmente tali o fortemente debilitanti, come il vaiolo, la pertosse, la difterite, il morbillo e altre ancora; si tratta di percentuali di riduzione che vanno dal 74 al 100%. Nei casi in cui invece la diffusione della vaccinazione viene a mancare ecco che subito la malattia riemerge: è successo con gravi epidemie di difterite nell’ex-URSS a metà degli anni novanta, o con svariati casi di morbillo in UK e USA, rispettivamente nel 1998 e 1980. Questo scenario non è così distante dalla nostra realtà quotidiana come potrebbe sembrare e rischia seriamente di ripetersi anche in Italia nel prossimo futuro, qualora la propaganda anti-vaccinista dovesse avere successo.
Voglio spendere un altro minuto sulla questione della libertà di scelta: quando mancano argomenti validi a sostegno della propria tesi si cerca spesso di infarcire il discorso con queste parole altisonanti e sviare il dibattito su questioni molto più generali che comprendono solo limitatamente il nucleo della discussione. Non prendiamoci in giro: la libertà di un individuo finisce dove inizia quella di un altro.

Nello specifico:
1) Una persona non vaccinata è un pericolo per chi non si è potuto vaccinare: persone con specifiche allergie, individui immunosoppressi, bambini nei primi mesi d’età non ancora vaccinati. Vaccinarsi (o vaccinare i propri figli) non è una decisione personale, ma influenza tutta la comunità con cui si è a contatto: menziono a questo proposito l’immunità di branco, una forma di immunità che avviene quando la maggior parte della popolazione è vaccinata e che fornisce una protezione anche a chi non lo è.
2) Un infante non è in grado di scegliere per sé stesso e deve essere tutelato. Da chi? Dallo Stato. Sulla base di cosa? Di evidenze scientificamente provate, non certamente sulla base dell’opinione del primo ciarlatano di turno (leggasi Andrew Wakefield).

Mi riservo un ultimo commento riguardante la fantomatica pressione delle case farmaceutiche: è innegabile che in quanto aziende esse abbiano un rientro economico sui vaccini (quelli per cui ancora non è di uso comune il farmaco generico) ma non vaccinarsi per questo motivo è come rifiutarsi di mangiare pane perché il panettiere ci guadagnerebbe.

Dennis Pedri

Per chi fosse interessato ad approfondire, ecco i link delle fonti da cui ho attinto e qualche articolo interessante. Purtroppo per i non anglofoni sono tutti in inglese, come gran parte della letteratura scientifica, ad eccezione del primo, un articolo eccellente scritto da un altro membro di OWL, Gabriele Girelli: tratta di vaccini, autismo, immunità di branco, correlazione e causalità.
https://medium.com/@qerubin90/vaccini-e-autismo-7f8722952e71
http://www.cdc.gov/vaccines/vac-gen/side-effects.htm
http://www.who.int/immunization/diseases/en/
http://vaers.hhs.gov/index
http://www.cdc.gov/Features/VaccineSafety/
http://www.who.int/vaccine_safety/committee/topics/mmr/mmr_autism/en/
http://www.jpeds.com/article/S0022-3476%2813%2900144-3/fulltext
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2908388/pdf/nihms-212222.pdf
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23545349
http://www.who.int/features/qa/84/en/
http://www.cdc.gov/mmwr/preview/mmwrhtml/00056803.htm
http://jama.jamanetwork.com/article.aspx?articleid=209448
http://www.cdc.gov/vaccinesafety/Vaccine_Monitoring/history.html
http://www.immunize.org/askexperts/vaccine-safety.asp
http://www.kevinmd.com/blog/2014/10/7-common-reasons-refusing-vaccines.html
http://www.forbes.com/sites/matthewherper/2013/02/19/a-graphic-that-drives-home-how-vaccines-have-changed-our-world/

 

Pubblicato su L’Adige il 06/07/2015

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Xylella, fastidiosa questione

Xylella, fastidiosa questione

Si è a cena da amici, atmosfera un po’ radical chic, con jazz in sottofondo e candele in tavola. Ci sono anche invitati che incontro per la prima volta: mentre cerco di capire chi ho di fronte, parliamo del più e del meno seguendo le regole del bon ton e del politically correct. Improvvisamente, un ragazzo pugliese che avevo notato per arguzia e simpatia, entra a gamba tesa nel mio ginocchio razionalista con questa sentenza:

“Monsanto ha infettato i nostri ulivi per venderci quelli geneticamente modificati resistenti a Xylella!”. Rincara la dose: “Loro non hanno valori, quindi vogliono distruggere i simboli della nostra tradizione, gli ulivi millenari che ci sostentano da tempo immemore.” É evidente che questa storia deve averla sentita così tante volte da essere per lui verità assodata, incontrovertibile, a tal punto da poter essere inserita tra gli argomenti di leggera discussione.

Quindi si discute.

Xylella è un batterio altamente polifago: è in grado di attaccare diverse piante tra cui  l’ulivo, la vite e gli agrumi come molte altre piante di minor interesse agronomico. Si annida nello xilema che trasporta la linfa grezza causando il disseccamento e la morte della pianta colpita. Questo comporta danni per milioni di dollari nel nuovo continente, che si trova a dover combattere contro il batterio dal 1880, anno della prima grande epidemia della malattia di Pierce causata da Xylella nelle viti. Il ceppo di batterio approdato nel Salento che causa il disseccamento dell’ulivo, non è in grado però di infettare agrumeti e vigneti. Il motivo non è ben chiaro agli scienziati che stanno indagando per comprendere le interazioni biologico-molecolari tra ospite e parassita le quali portano alcune piante ad essere suscettibili ad un ceppo ma resistenti ad un altro.

Pur non essendo un problema secolare come in America, in Italia la comparsa del batterio non è una novità. I primi casi di disseccamento rapido dell’ulivo sono stati rilevati nel 2009 a Gallipoli: conoscendo la virulenza di questo patogeno, gli amministratori pubblici si trovarono di fronte a tre alternative:

1)     eradicare le piante infette nel tentativo di contenere la malattia: scelta dolorosa per agricoltori e “affezionati”, ma potenzialmente risolutiva;

2)     investire in ricerca, i cui risultati si vedono a lungo termine, ma con “dolorosi” costi immediati;

3)     tentare entrambe le vie per massimizzare la probabilità di prognosi favorevole.

Si è scelta però la quarta via, ovvero non fare nulla fino ad oggi. Il taglio degli alberi è avvenuto troppo tardi , agendo solo nell’istante in cui la malattia si è manifestata in tutta la sua straordinaria virulenza.

Ma il popolo pugliese difende le proprie radici con tutti i mezzi, da legarsi sulle cime degli alberi per protesta ad organizzare processioni per i santi patroni locali ad captandam benevolentiam .

Oltre ad essere una risposta dal gusto un po’ medievale, risulta essere anche abbastanza miope, perchè quella che ora è una realtà tragica ma circoscritta, potrebbe presto dilagare, compromettendo gli oltre 60 milioni di ulivi presenti in Puglia e, risalendo attraverso Lazio e Toscana, approdare anche in Trentino. Xylella ha fatto il giro del mondo passando dal mango, al caffè, all’ulivo, non possiamo sperare che si fermi davanti agli striscioni degli agricoltori disperati.

Ritardare gli interventi drastici, quando necessari, è una pratica tanto sbagliata quanto comune. Tutti ricordiamo il caso dell’encefalopatite spongiforme bovina, il morbo della mucca pazza, che portò più di 190 mila capi di bestiame ad ammalarsi in tutto il mondo,più di 4 milioni furono abbattuti nella sola Inghilterra e vi furono 225 casi umani accertati[1]. La risposta del governo inglese fu dolosamente tardiva; il divieto di processare i capi abbattuti a mangime per altri animali (compresi i bovini), arrivò otto anni dopo lo scoppio della pandemia e la conferma che l’agente patogeno si trasmette per via alimentare.

Il ritardo fu in quel caso dovuto alle pressioni della lobby degli allevatori inglesi.[2]

Ma per Xylella non è immaginabile che multinazionali come Monsanto abbiano infettato gli ulivi per vendere le proprie piante geneticamente modificate resistenti al batterio. La scienza infatti non ha ancora trovato una soluzione per questa malattia.

L’unico modo per debellare la malattia, non solo contenerla, è continuare la ricerca: negli Stati Uniti, grazie ad un finanziamento di 47 milioni di dollari l’anno, dopo dieci anni si stanno riuscendo a selezionare le prime viti resistenti al patogeno, ma la strada è ancora lunga. I fondi per la ricerca, al 70% pubblici, vengono anche da realtà private grandi e piccole, esattamente come in Brasile dove il genoma di Xylella è stato sequenziato da un pool di 30 laboratori che lavoravano in sinergia.

L’Italia, invece, ha deciso di diffidare le multinazionali che avrebbero la liquidità per sobbarcarsi la spesa della ricerca, stanziando da sola i fondi per risolvere il problema:

Da quando è scoppiata l’epidemia ad oggi, il nostro paese ha investito 170.000 €, da dividersi in 3 gruppi di ricerca appartenenti all’università di Bari. Centosettanta mila euro. In sei anni.[3]

In attesa della mobilitazione di 2 milioni di euro promessi da parte della regione Puglia, i ricercatori dell’università di Bari hanno dovuto subire l’affronto di esser sottoposti ad indagine a causa delle dicerie popolari che li vorrebbero untori della malattia, proprio per accedere a quei fondi che non ci sono.[4] Pare che non vi sia poi gran voglia di rimanere al secondo posto nella produzione mondiale dell’olio d’oliva, ne prevenire l’infezione delle altre colture per cui il nostro paese è conosciuto in tutto il mondo.

Per un ragazzo come me, cresciuto in Trentino, non c’è nulla che faccia più paura di un batterio capace di distruggere vite e ulivi, ma con questa prospettiva, bisogna prepararsi al peggio.

Filippo Guerra, Open Wet Lab

Bibliografia:

[1] [ World Organisation for Animal Health (OiE), aprile 2012.]

[2] [Bse Inquiry, inchiesta voluta dal premier britannico Tony Blair. Per maggiori informazioni consiglio “La paura delle biotecnologie”, Francesca Ceradini, 2008]

[3] [Reportage su Xylella, Daniele Rielli, Internazionale, 2015]

[4] [Italian scientist vilified, Alison Abbot, Nature, 2015]

 

Pubblicato su L’Adige il 17/06/2015

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Così si rende udibile l’invisibile

Così si rende udibile l’invisibile

Siamo nel 2014: Saverio Murgia e Luca Nardelli, due giovani studenti universitari in procinto di laurearsi in ingegneria biomedica con un tesi sulla computer vision, stanno passeggiano per le strade di Genova quando un passante chiede loro di aiutarli per raggiungere le fermata dell’autobus. Il passante è cieco e il suo problema colpisce nel profondo Saverio e Luca, che hanno l’idea di sfruttare le loro conoscenze in robotica per aiutare le persone ipovedenti.

Nell’anno seguente fondano una startup, assumono dei collaboratori, vincono numerosi premi e alcuni importanti riconoscimenti monetari, creano dei prototipi e catturano l’attenzione dei media (Wired e Le Iene fra tutti): è nata Horus Technology. Il nome deriva dal dio egizio Horus, a cui fu ricostruito l’occhio perso in battaglia grazie al dio della saggezza Thot.

Che cos’è Horus e come funziona? Chiediamolo direttamente a Luca Nardelli, 23 anni, fondatore e Chief Technology Officer della società.

È un assistente personale indossabile per persone cieche o ipovedenti. È un dispositivo che si indossa in testa, come se fosse un piccolo microfono ad archetto, ha un sistema di visione e dei sensori e di fatto osserva la scena, la elabora con degli algoritmi e parla all’utente, riconoscendo e descrivendo alcune caratteristiche dell’immagine stessa: la presenza di testi, volti, oggetti, ostacoli lungo il percorso o la posizione di un attraversamento pedonale. Tutte queste informazioni vengono estratte dal segnale visivo e veicolate alla persona non vedente tramite un sistema di cuffie a conduzione ossea, che permettono di mantenere completamente la percezione uditiva del mondo esterno.

Quali sono state le tappe fondamentali nella nascita di Horus Technology?

È tutto nato come un progetto personale, quasi un hobby. Poi il primo evento chiave è stato lo Startup Day di Genova, organizzato da Confindustria ad aprile 2014, perché è stato il momento in cui abbiamo coinvolto altre persone e abbiamo raccolto la nostra prima vittoria. Per noi è stato importante soprattutto il riconoscimento del nostro lavoro e la spinta motivazionale che ci ha fornito, facendoci capire che il progetto aveva del potenziale.

Quindi possiamo dire che da quel momento le cose hanno iniziato a farsi serie.

Sì, da lì abbiamo iniziato ad avere dei contatti con le associazioni per la disabilità visiva e abbiamo distribuito dei sondaggi alle persone ipovedenti per capire al meglio quali fossero le difficoltà che incontravano e come il nostro dispositivo potesse aiutarli.

Come avete finanziato il progetto?

Fino a maggio dell’anno scorso le spese erano piuttosto contenute e ci siamo autofinanziati. Poi abbiamo vinto la competizione di Eindhoven organizzata dagli EITICTLabs e questi sono stati i nostri primi fondi con cui iniziare a creare i prototipi, confermando la validità del nostro progetto da un punto di vista europeo.

Tra settembre e novembre siete stati a Working Capital, l’acceleratore di TIM a Milano, raccontaci quest’esperienza.

Il percorso di accelerazione consisteva in due cose: da un parte avevamo uno spazio di co-working con altri gruppi, dall’altra venivano organizzati regolarmente incontri con esperti del settore che ci potessero trasmettere le loro esperienze. Quest’ultimo punto è stato molto importante anche per fare network e allacciare contatti con persone interessate al progetto.

E cosa avete pianificato per il futuro?

Anzitutto crescere, nel senso che ora abbiamo assunto altre due persone a tempo indeterminato. Poi, raccogliere fondi per partire con la progettazione hardware che ha dei costi molto elevati.

Una previsione su quando potremo vedere Horus sul mercato?

L ’obiettivo che ci siamo posti è per la seconda metà del 2016, considerando anche le tempistiche e le stime dei progettisti che abbiamo contattato.

Com’è fondare una startup in Italia? Quali sono le difficoltà che avete incontrato?

Adesso penso che sia più facile rispetto a quando abbiamo fondato Horus, perché è stata introdotta la possibilità di costituire una startup innovativa senza notaio, snellendo la burocrazia. All’epoca abbiamo incontrato lo scoglio delle prime tasse da pagare nel momento in cui nasce la società, ma per fortuna avevamo vinto il grant. Per come la vedo al momento è come aprire una normale società, nel senso che gli adempimenti legali sono più o meno gli stessi.

Qual è il momento che ricordi con più gioia? E quello più buio?

Quello che stiamo seguendo è un percorso che ha sempre degli alti e bassi: siamo tutti alla prima esperienza e le difficoltà che incontriamo fanno parte del percorso di crescita e di apprendimento. Fare una previsione finanziaria per cinque anni, un algoritmo da implementare che non va, i brevetti del competitor: sono tutte esperienze che sul momento sembrano problematiche, ma pensandoci in seguito ti rendi conto che quello di cui ti stai occupando nel presente è più difficile.

Quindi fondare una startup può essere un percorso di crescita personale?

Sì, c’è moltissimo da imparare, specialmente se vivi quest’esperienza come stiamo facendo noi, con flessibilità nelle decisioni, spostandoci molto tra diverse città, partecipando gli eventi e soprattutto mettendoci passione e impegno.

Com’è stata l’esperienza del crowfunding? La visibilità fornita da Le Iene vi ha aiutato?

Sicuramente, Le Iene sono arrivate nel momento iniziale della campagna e nella prima serata ci hanno fatto duplicare quanto avevamo raccolto. Per quanto l’analisi del crowfunding invece siamo molto soddisfatti, siamo riusciti a raccogliere il 150 per cento di quello che ci eravamo prefissati. La cifra era simbolica, perché impallidisce se paragonata con le richieste di un’azienda di progettisti, ma ci ha permesso di proseguire con i test dei prototipi ed espandere il team.

Dennis Pedri

 

Pubblicato su L’Adige il 22/05/2015

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Primo passo verso la modifica del genoma embrionale umano

Primo passo verso la modifica del genoma embrionale umano

E’ di pochi giorni fa la notizia che nel laboratorio di Junjiu Huang dell’università di Guangzhou in Cina si sia riusciti a modificare il genoma di un embrione umano. Questo conferma le preoccupazioni che diversi scienziati avevano già espresso in precedenza sollevando non pochi dubbi.

Prima di tutto un breve ripasso. Il DNA è una macromolecola presente in tutte le cellule che contiene le informazioni necessarie per il loro funzionamento. E’ il codice della vita. Ogni essere vivente possiede DNA diverso: per esempio, seppur gli esseri umani abbiano gli stessi geni, presentano alcune variazioni che determinano le nostre peculiarità fisiche e fisiologiche.

Il DNA può subire mutazioni: variazioni che causano un cambiamento nella “lettura del codice” e che possono avere un effetto benefico o deleterio o non avere nessun effetto. Osservando e studiando la natura abbiamo scoperto che è possibile correggere questi errori grazie a sistemi in grado di eliminare il codice errato e sostituirlo con quello corretto. Succede normalmente e continuamente nelle cellule. Ma ora siamo in grado di utilizzarlo come uno strumento qualsiasi. Si chiama genome editing: correzione del genoma. In breve, per eseguire il genome editing è necessario localizzare la regione da correggere, rimuoverla e sostituirla.

È più facile a dirsi che a farsi, ma i ricercatori sono oggi in grado di eseguire la correzione in laboratorio tramite diversi tipi di tecniche: quella utilizzata nel laboratorio in Cina sfrutta il sistema chiamato “CRISPR/Cas9”, una sorta di sistema immunitario primitivo utilizzato dai batteri, che a partire dal 2012 (Charpentier et al. 2012) è stato modificato e reso controllabile per il genome editing.  Modificare il genoma di esseri viventi è una pratica non di certo recente. Basti pensare che già negli anni ’70 si sono tentati i primi approcci di modifica del DNA di lieviti (Scherer and Davis, 1979), proseguendo poi fino agli anni ’90 ingegnerizzando i primi enzimi in grado di tagliare questa macromolecola (Li, Wu and Chandrasegaran 1992): primo passo verso il processo di modifica.

Ma perchè modificare il genoma? Il fine principale è sicuramente quello di prevenire malattie geniche gravi che condizionano la vita intera dell’essere umano. In questo caso per esempio è stato modificato il gene per la β-globina, le cui mutazioni sono responsabili per la β-talassemia. La possibilità di correggere errori nel DNA degli embrioni prima che questi possano svilupparsi in essere completi e dar vita a diverse complicazioni, sarebbe un traguardo di incredibile portata per il singolo individuo e per la società. Questo percorso però è solo all’inizio e si prospetta pieno di difficoltà. Sia di natura tecnica che di natura etica. Fino ad ora, la modifica del genoma era stata limitata a cellule umane in coltura e su embrioni di animali non umani: mai su embrioni umani. In cellule in coltura e animali, le tecniche sviluppate garantiscono buoni risultati in termini di numero di cellule positivamente modificate e di specificità della regione modificata. Si notano però differenze da un tipo cellulare all’altro e tra specie differenti. Lo dimostra il fatto che nell’esperimento condotto da Huang il numero di successi è stato molto basso, mentre in embrioni di topo il genome editing generalmente si dimostra più valido. Non è possibile prevedere l’efficacia di una tecnica senza averla testata in maniera sufficientemente dettagliata: non è quindi di secondaria importanza la preoccupazione sull’efficienza di queste tecniche su embrioni umani. Nell’esperimento svolto in Cina sono stati utilizzati 86 embrioni (presi da cliniche di fecondazione, creati per la fecondazione in vitro). Di questi, 71 sono sopravvissuti, ma solo 28 sono stati in grado di procedere correttamente con le prime divisioni cellulari e solo in una frazione era presente la modifica di interesse.

Agli embrioni utilizzati è stato aggiunto un corredo genomico completo, in modo da evitare che potessero procedere nel normale sviluppo embrionale dopo le primissime fasi dello sviluppo.  Se mai decidessimo di accettare questa pratica, dovremmo pretendere quasi il 100% di efficienza, considerando che verrebbe applicata ad embrioni umani destinati a completare lo sviluppo. Con sufficiente tempo e sperimentazioni, è ragionevole pensare che l’applicazione clinica del genome editing sia una realtà tangibile. Le tecniche a disposizione ci sono, i modelli animali anche. Ma quello che fino ad ora ha limitato le ricerche nel campo sono le problematiche etiche e morali. Essere in grado di modificare il genoma umano a livello embrionale già dallo zigote significa modificare tutte le cellule dell’organismo: quell’unica cellula si moltiplicherà e darà vita all’intero corpo. Anche le cellule della linea germinale, quelle che generano spermatozoi ed ovuli, saranno modificate, e la modifica passerà alla generazione successiva. Le terapie geniche presenti attualmente invece, si limitano a modificare le cosiddette cellule somatiche, ovvero cellule che non appartengono alla linea germinale non trasmettendo quindi il genoma modificato. Si tratta quindi di una terapia sull’individuo già formato e che non può essere, teoricamente, trasmessa ai figli.

Lo ripeto. Potremmo avere la capacità di debellare malattie geniche devastanti. Il rischio è che questo sia solo il primo passo verso le modifiche per comodità, per gusto, fino ad arrivare alla vera e propria eugenetica. Come in ogni tecnologia ci sono due facce della medaglia e sta a noi decidere fino a che punto possiamo sfruttarla. Molti scienziati hanno il timore che questa pratica venga abusata, ma allo stesso tempo ne riconoscono l’immenso potenziale benefico.  Per ora in molti stati europei è vietato alterare la linea germinale mentre in altri la situazione non è ben chiara. Negli USA non è esplicitamente proibito ma il US National Institutes of Health’s Recombinant DNA Advisory Committee si è espresso dicendo che “per ora non prenderà in considerazione proposte di alterazione della linea germinale”. Per ora. La maggior parte della comunità scientifica chiede un serio dialogo prima di approcciare qualsiasi tipo di tentativo. Mentre noi parliamo in Cina già altri quattro laboratori starebbero lavorando in questo campo.

A voi la parola, Simone Detassis

 

Pubblicato su L’Adige il 28/04/2015

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Gli antibiotici, la nostra difesa per il futuro (parte 2)

Gli antibiotici, la nostra difesa per il futuro (parte 2)

Nel primo articolo abbiamo introdotto il problema della resistenza batterica legata all’utilizzo massiccio degli antibiotici, vediamo ora come viene affrontata questa problematica.

L’intuizione che ci sia un limite all’efficacia degli antibiotici esiste dalla loro scoperta nel 1928 da parte di Alexander Fleming. Nel discorso per la consegna del premio Nobel per la medicina nel 1945, lo stesso Fleming disse: “…Ma vorrei porre una nota di avvertimento. La penicillina non è velenosa quindi non c’è bisogno di preoccuparsi di un’overdose nel dare la penicillina o di avvelenamento del paziente. Ci può essere un pericolo, però, nel suo sottodosaggio . Non è difficile rendere i microbi resistenti alla penicillina in laboratorio esponendoli a concentrazioni di questa non sufficienti ad ucciderli e la stessa cosa può avvenire nel corpo… c’è il pericolo che l’uomo ignorante possa facilmente sottoporsi a dosi insufficienti di antibiotico ed esponga i suoi microbi a dosi non letali rendendoli resistenti”.

Ad oggi questo grande problema è stato sollevato dall’European Centre for Disease Prevention and Control in concomitanza con la “Giornata europea degli Antibiotici”. Questa iniziativa si svolge ogni anno il 18 novembre e gli obiettivi dell’evento sono informare la popolazione sul corretto utilizzo degli antibiotici e sensibilizzarla alla minaccia della resistenza.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce l’antibiotico-resistenza uno dei maggiori pericoli per la salute umana. Le infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici uccidono ogni anno circa 50.000 persone negli Stati Uniti e in Europa, e dalle stime dell’OMS si vede che l’andamento è crescente. I dati confermano che in Unione Europea il numero di batteri resistenti è in aumento e che la resistenza agli antibiotici rappresenta una delle minacce più temibili per la salute pubblica Europea. Come possiamo vedere dalla distribuzione mostrata nell’immagine, in soli tre anni il numero di batteri resistenti di K. pneumoniae, responsabile della polmonite batterica, è aumentato in maniera significativa.

Vediamo in particolare come in Spagna, Irlanda ed Est-Europa sia aumentata la percentuale di resistenza. Polonia e Grecia hanno raggiunto valori davvero preoccupanti, che mettono a rischio la salute dei cittadini. In Italia non si può sottovalutare la situazione, che come si vede persiste in valori molto gravi. Inoltre nel nostro Paese gli antibiotici sono i medicinali con il maggior numero di prescrizioni non necessarie. Il consumo di antibiotici si caratterizza per un consumo pari al 200% rispetto ad altri Paesi Europei.

La produzione di nuovi antibiotici non è una soluzione efficace e sufficiente per risolvere il problema, infatti si parla di processi molto lunghi e dispendiosi, che non riescono a stare al passo con il fenomeno dello sviluppo della resistenza. Il problema non è solo di carattere scientifico ma anche economico. Le industrie che producono questi farmaci devono seguire degli iter di ricerca molto lunghi e costosi, il cui successo non è mai garantito. In particolare molte ricerche in questo settore vengono abbandonate perché poco redditizie, dato che gli antibiotici non vengono utilizzati in maniera continuativa nel tempo e quindi non costituiscono una fonte di guadagno costante. Altre tipologie di medicinali, ad esempio i farmaci oncologici, permettono un ritorno economico più sicuro dato l’utilizzo costante nel tempo, non c’è quindi da meravigliarsi se le industrie preferiscono investire in questi settori. In conclusione per smuovere questa situazione ed evitare l’era post-antibiotica è necessario che la popolazione sia istruita a un corretto utilizzo degli antibiotici attraverso compagne di sensibilizzazione che dovrebbero partire fin dall’ambiente scolastico.

Ma, alla fine, noi nel nostro piccolo, cosa possiamo fare?
Ecco qui cinque regole fondamentali per l’uso corretto degli antibiotici:
1)    Assumere gli antibiotici solo sotto prescrizione medica.
2)    Gli antibiotici vanno assunti secondo le modalità e tempi indicati.
3)    Non terminare il trattamento prima dei tempi indicati.
4)    Non cambiare antibiotico spontaneamente.
5)    Non utilizzare antibiotici avanzati da terapie precedenti.

….e ricorda:

✓    Gli antibiotici NON prevengono la trasmissione d’infezioni virali: non assumerli in caso di raffreddore o influenza!
✓    Assumere antibiotici quando non necessario non porta benefici!
✓    Un utilizzo errato di antibiotici può favorire l’insorgere della resistenza la quale può pregiudicare l’efficacia di una successiva terapia antibiotica!

Elisa Godino, Veronica Pinamonti

 

Pubblicato su L’Adige il 07/04/2015

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Perché non siamo in grado di curare il cancro?

Perché non siamo in grado di curare il cancro?

Una domanda che molte persone mi pongono quando parliamo dei miei studi e che io stesso mi sono posto più volte è: perché non siamo ancora in grado di curare il cancro? La risposta può essere sorprendente e allo stesso tempo un’ottima occasione per cercare di capire meglio una delle principali cause di morte nel mondo. Ma procediamo con ordine.

Che cos’è il cancro?

La parola “cancro” viene utilizzata per identificare un gruppo di malattie caratterizzato da quattro aspetti precisi: una crescita cellulare incontrollata (che genera il tumore primario), la capacità delle cellule di sottrarsi a un processo definito morte programmata o apoptosi, l’induzione dell’origine di nuovi vasi sanguigni (angiogenesi), infine l’abilità di invadere tessuti e organi diversi dal luogo di origine del tumore primario e metastatizzare. Quest’ultima proprietà è ciò che contraddistingue i tumori maligni da quelli benigni: alcune cellule tumorali riescono a penetrare nel sistema circolatorio o linfatico e migrare in altri organi o parti del corpo – come il fegato, le ossa o i polmoni – generando nuovi tumori: le metastasi.

Lo stadio di avanzamento

È questo un primo punto da considerare discutendo dell’efficacia dei trattamenti: ad oggi, un tumore primario a uno stadio precoce e quindi non metastatico ha ottime probabilità di essere curato, il più delle volte grazie a una combinazione di chirurgia, chemio- e radioterapia. E con cura intendo la scomparsa totale dei sintomi, l’eradicazione del tumore e l’assenza di ricadute.

Al contrario, quello che ad oggi riusciamo a fare affrontando un tumore in stadio avanzato che ha generato metastasi è di alleviare i sintomi e di concedere a chi è colpito dalla malattia ulteriore tempo con la miglior qualità di vita possibile. In queste situazioni la risposta al trattamento a questo stadio è estremamente variabile da persona a persona ed è molto difficile prevedere i successivi sviluppi del cancro; allo stesso modo risulta impossibile fare un discorso generale senza prendere in considerazione il tipo di cancro in questione. Arriviamo quindi ad un altro punto fondamentale.

Il cancro NON è una singola malattia ma un GRUPPO di malattie estremamente eterogenee.

Troppo spesso ci si dimentica che la parola “cancro” è un termine generico sotto il quale si raccolgono patologie che, pur avendo in comune le caratteristiche che ho descritto poco sopra, possono essere radicalmente diverse fra loro. Facciamo un esempio: quasi la totalità delle persone con un cancro alla prostata localizzato (lo stadio meno aggressivo) è ancora viva dopo 5 anni (leggi qui), mentre si può dire lo stesso solo del 28% di chi è colpito da cancro al fegato localizzato (leggi).

E queste sono solo delle prime grossolane distinzioni. Spostando il focus dell’indagine dall’organo colpito (polmone, prostata, mammella, colon, etc.) ai meccanismi responsabili della malattia  (leggi il precedente articolo di OWL per un approfondimento sul DNA e sulle mutazioni (leggi), si possono classificare all’interno del medesimo tipo di cancro ulteriori sottotipi di malattia: una delle distinzioni più famose è tra cancro al seno triplo positivo (caratterizzato dall’espressione della proteina HER2, della proteina recettore per il progesterone e di quella recettore per l’estrogeno) e triplo negativo (nel quale nessuna delle precedenti proteine risulta essere espressa). Ciascuno di questi tipi ha delle proprietà specifiche, delle prognosi distinte e viene trattato in maniera diversa.

Quindi, quando qualcuno chiede perché il cancro non è ancora stato curato, la risposta non può che essere una domanda: quale tipo di cancro? Per alcuni tipi di cancro infatti, il trattamento può essere davvero curativo. Un esempio? In circa l’80% dei casi, la leucemia promielocitica acuta può essere curata.

Prevenzione e target therapy

Un fattore che non deve assolutamente essere trascurato è che l’efficacia dei trattamenti è tanto maggiore quanto più il cancro è in uno stadio precoce. Per questo motivo la prevenzione da un lato e l’identificazione precoce dall’altro, sono tra gli strumenti più potenti per combattere queste temibili malattie. Ad oggi, gli esami più diffusi sono il Pap-test e il test per il cancro della cervice, la mammografia per il cancro al seno, la colonscopia per il cancro del colon-retto. Al contempo, è importante coltivare uno stile di vita sano e limitare i fattori di rischio: fare attività sportiva, avere una dieta equilibrata, limitare l’uso di alcol e fumo, usare la crema solare, ridurre i livelli di inquinamento dell’aria. Può sembrare banale, ma più del 30% (leggi) delle morti causate dal cancro potrebbero essere prevenute seguendo questi consigli.

L’altra direzione in cui si stanno muovendo sia la clinica che la ricerca è la cosiddetta “target therapy” o “terapia a bersaglio”. La chemioterapia classica ha come bersaglio caratteristiche comuni a tutti i tumori (generalmente l’altissima proliferazione cellulare), che però sono condivise almeno in parte anche da particolari cellule del nostro corpo, come le cellule epiteliali e del midollo osseo: per questo motivo è una terapia che ha effetti collaterali molto pesanti e spiacevoli. Al contrario, l’idea della target therapy è quella di individuare e andare a colpire meccanismi molecolari che sono specifici del tipo (e sottotipo) di cancro in esame. Quindi non si ricercano più dei farmaci applicabili al trattamento di ogni tumore, bensì farmaci che possano avere grandi effetti in percentuali di ammalati anche minime, come il Crizotinib, usato per trattare un particolare sottotipo di cancro ai polmoni caratterizzato dalla deregolazione della proteina ALK (circa il 5% dei carcinomi polmonari non a piccole cellule).

Eterogeneità e resistenza

Per quanto da ritenersi una vera rivoluzione in campo oncologico, l’efficacia della target therapy nel trattamento di tumori a stadi molto avanzati e metastatici è generalmente tangibile ma, purtroppo, di breve durata. Ciò accade perché i tumori, specialmente quelli solidi, sono caratterizzati da un genoma estremamente instabile e in continua evoluzione; come risultato, essi sono eterogenei, cioè presentano al loro interno sotto-popolazioni di cellule che hanno accumulato diversi tipi di mutazioni.

Nel caso di un un cancro metastatico, le cellule che formano il tumore sono talmente eterogenee e hanno alterato così tanti dei normali meccanismi cellulari che la probabilità che alcune di loro risultino insensibili a un determinato farmaco è altissima, un po’ come accade per i batteri che sviluppano resistenza a un antibiotico (leggi). Questo significa che, nella maggioranza dei casi e per le conoscenze di cui disponiamo, un approccio di tipo target applicato a tumori metastatici è in grado di allungare la vita di un paziente, anche considerevolmente, ma solo raramente di curarlo.

In conclusione

Il cancro è un gruppo di malattie molto, molto complesso, è difficile da studiare ed è ancora più difficile da trattare. Dire che non è possibile curare il cancro è un’affermazione sbagliata nella sua stessa premessa di considerare il cancro come un’unica malattia. Come abbiamo visto, alcuni tipi di cancro possono davvero essere curati: purtroppo, questi casi sono ancora relativamente pochi. Ma non dobbiamo disperare: la ricerca sul cancro e la clinica hanno fatto passi da gigante negli ultimi 20 anni, la percentuale di sopravvivenza a queste malattie è in continuo aumento, specialmente nel campo pediatrico, ed è ulteriormente alimentata dalle nuove tecnologie e da nuove scoperte.

Dennis Pedri

Fonti

Cancer.org

www.who.int

Hanahan D et al (2011) Hallmarks of cancer: the next generation. Cell. 2011 Mar 4

Breastcancer.org

Coombs CC et al (2015) Acute promyelocytic leukemia: where did we start, where are we now, and the future. Blood Cancer J. 2015 Apr 17

Fda.gov/drugs

Scienceblogs.com

 

Pubblicato su l’Adige il 22/12/2015

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Gli antibiotici, la nostra difesa per il futuro

Gli antibiotici, la nostra difesa per il futuro

Proviamo per un momento a immaginare di vivere in un mondo senza antibiotici, la qualità e le aspettative di vita sarebbero molto ridotte. Le malattie di origine batterica sarebbero molto difficili da combattere, infezioni apparentemente banali, come un mal di gola, diventerebbero fatali. In questo mondo un’operazione di routine come l’asportazione dell’appendice o una semplice sutura sarebbero accompagnate da gravi complicazioni. Il parto si trasformerebbe in un pericolo sia per la madre che per il nascituro. In un mondo, in cui i batteri regnano sovrani, lascereste giocare i vostri bambini nei parchi alla loro mercè? Vi fareste un’operazione?

Vi chiederete perché pensare a un mondo così catastrofico. Uno scenario simile non è così lontano e surreale: stiamo entrando nell’era post-antibiotica.

Gli antibiotici sono molecole che uccidono i batteri: interferiscono con i processi fondamentali per la loro sopravvivenza e moltiplicazione. In sostanza, aumentano la capacità del nostro corpo di difendersi dai batteri “cattivi”. In un mondo senza antibiotici non avremmo armi sufficienti per difenderci dai batteri e il nostro corpo non potrebbe essere protetto correttamente dai loro attacchi. Proprio per le loro proprietà gli antibiotici sono considerati farmaci di grandissimo rilievo e rientrano tra i medicinali più prescritti al mondo. Nonostante la loro importanza se usati in maniera scorretta e se assunti senza un motivo medico valido, possono portare alla nascita di “super” batteri resistenti agli antibiotici.

Gli antibiotici di origine naturale vengono prodotti dai batteri come arma per combattere le altre specie; quest’ultime a loro volta hanno sviluppano dei meccanismi per diventare immuni a agli attacchi. Questa capacità di sopravvivere agli antibiotici è definita resistenza e risiede nell’informazione genetica dell’organismo. I batteri con tale capacità sono pochi rispetto a quelli che non la possiedono: la costante messa in atto di questi meccanismi di difesa richiede molta energia. In presenza dell’antibiotico i batteri che non possono difendersi muoiono, mentre i batteri resistenti riescono a sopravvivere. Questi batteri diventeranno la maggioranza e potranno trasmettere la loro capacità di difesa. I batteri possiedono diversi meccanismi per trasmettere la loro informazione genetica, a differenza di noi animali possono passare il loro corredo genetico sia ai loro discendenti che agli individui della stessa generazione. Grazie a queste capacità di trasmissione la resistenza si può diffondere tra i batteri velocemente e in modo incontrollato.

 

La resistenza rappresenta per noi un enorme minaccia perché rende inefficienti gli antibiotici e ci riporta a prima della loro scoperta con un tuffo nel passato di almeno settant’anni, in una situazione catastrofica molto simile a quella che abbiamo immaginato all’inizio. Per evitare questo destino diventa fondamentale utilizzare gli antibiotici in maniera corretta, seguendo i consigli del medico che saprà guidarci nel loro utilizzo. In particolare è importante ricordare di seguire le dosi prescritte, di non interrompere il trattamento in anticipo e soprattutto di non assumerli di nostra iniziativa. Inoltre gli antibiotici sono efficienti solamente contro le malattie di origine batterica e non vanno mai assunti per combattere malattie virali, come l’influenza e il raffreddore. Nel prossimo articolo vi parleremo di come è possibile affrontare questa minaccia.

Elisa Godino, Veronica Pinamonti 

 

Link utili e fonti: 

ecdc.europa.eu/it/EAAD/Pages/Home.aspx

Rustam I. Aminov1, A Brief History of the Antibiotic Era: Lessons Learned and Challenges for the Future,Front Microbiol. 2010.

www.wired.it/scienza/biotech/2013/12/11/mondo-senza-antibiotici-batteri/

 

Pubblicato su L’Adige il 24/03/2015

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Il fumo negli occhi

Il fumo negli occhi

Molla le chiavi sul divano e va verso il balcone. Aspetta questo momento da tante ore e non vede l’ora di potersi gustare fino all’ultima boccata. Si palpa le tasche ma non trova nulla. Si ricorda improvvisamente di aver lasciato il pacchetto in cucina la mattina stessa. Eppure difficilmente se ne dimenticava: forse anche per questo oggi è più nervoso del solito. Eccole, sul tavolo. Simone prende il pacchetto senza neanche guardarlo, senza neanche leggere “IL FUMO UCCIDE”. Perché mai dovrebbe leggerlo? Tira fuori una sigaretta e sbuffa un po’. Si innervosisce ancora di più a pensare che il costo della sua marca preferita è aumentato da qualche mese. Non è il periodo adatto per spendere tanti soldi, pensa.

Ogni volta ci pensa ed ogni volta se ne frega. Va fuori sul balcone e si accende quella dannata sigarettaMpah. La prima boccata dopo tanto tempo è sempre la migliore. Aveva letto qualcosa riguardo all’effetto delle sigarette sul cervello. Mpah. Qualcosa riguardo la nicotina in grado di aumentare l’intensità e la durata dell’effetto stimolante e allo stesso tempo rilassante della dopamina. Roba da dottori. Lui si sentiva bene e basta. Mpah. Gli era stato detto che crea dipendenza, che il corpo ne vuole sempre di più. Ma lui è diverso e può smettere quando vuole. Solo che gli piace, perché dovrebbe smettere? Mpah. Comincia a pensare alla prima volta che ha fatto un tiro, parecchio tempo fa. Forse aveva qualche anno in più di suo figlio che ora va in quinta elementare. Pensava fosse solo una ragazzata, una delle tante braverie alle spalle dei genitori. E invece gli era piaciuto. Gli era piaciuto anche il secondo, e il terzo…lo faceva anche il più popolare nella scuola, perché non avrebbe potuto farlo anche lui? Nessuno si era mai opposto con fermezza. Sì, qualche discussione a scuola, una sgridata dei genitori, qualche nota sul libretto ma niente di più. Insomma, perché stupirsi. Era normale no?

Dring. Il telefono suona insistentemente. Simone non ha voglia di entrare a rispondere, vuole finirsi la sigaretta. Potrebbe però essere una questione importante, magari era una chiamata dal suo medico. L’ultima volta che lo aveva incontrato era stato per una visita veloce a causa di una tosse secca che non voleva lasciarlo in pace. Non era stata così veloce dopo tutto. Dopo aver scoperto il suo vizio con le sigarette, il dottore lo aveva avvertito di molte cose e che forse quella tosse non era nulla di buono. Aveva cominciato a parlagli di molte cose. Aveva scoperto che il fumo è associato con una maggiore probabilità di cancro a laringe, esofago, vescica e tanti altri che ora non ricorda.

Gli è rimasto impresso però che il rischio di contrarre cancro ai polmoni è circa 25 volte superiore nei fumatori rispetto ai non fumatori. Ma poteva essere solo tosse. Gli aveva chiesto anche se sua moglie era incinta: infatti, a detta del medico, il fumo passivo può compromettere la produzione ormonale nella donna diventando pericoloso per la salute della madre e del feto. Addirittura il fumo può danneggiare il DNA negli spermatozoi facendolo diventare quasi sterile. Lui, sterile, impossibile. Lo aveva avvisato che nella sigaretta ci sono più di 70 componenti tossici che si trovano,per esempio, anche negli insetticidi. La cosa che lo aveva più infastidito era quell’ossessione del medico nell’ascoltare il battito del cuore. Un uomo così forte, pieno di vita, con un cuore che funziona poco? Eppure il dottore gli aveva detto che il fumo può portare a danni ai vasi sanguigni, trombosi, e anche all’infarto.

Fumando, il rischio, aumenta da 2 a 4 volte. Ma poteva essere solo tosse. Dring. Con passo veloce si dirige in soggiorno e si lancia sul divano per rispondere al telefono. Buongiorno, sono il dottore. Poche parole ma molto chiare: è solo tosse. Un sorriso beffardo gli si scolpisce in volto. Il dottore continua a parlare, sembra intenzionato a riprendere la ramanzina interrotta l’ultima volta. Simone non vuole essere scortese ma si sta annoiando. Tanto è solo tosse. Accende la TV e si sintonizza sul telegiornale. La ragazza nello schermo continua a parlare della crisi economica e che siamo senza soldi: il sistema sanitario è in rosso. E circa 7 miliardi di euro, a livello nazionale, sono spesi per curare malattie derivanti dal consumo di tabacco? Interessante. Beh io a quanto pare non faccio testo, pensa. Intanto il dottore continua a parlare di malattie associate al fumo: tubercolosi, cataratte, diabete mellito di tipo 2, danni al sistema immunitario…la sua voce si perde di nuovo con quella della giornalista.

Il Ministero della Salute intende aumentare i luoghi in cui sarà vietato fumare e aumentare le accise sui pacchetti di sigarette. Quindi non è solo un problema mio, pensa. Il dottore intanto lo informa di vari metodi per provare a smettere cercando di assumere comunque nicotina. Giusto per evitare di perdere i nervi. Sigarette elettroniche, pastiglie di tabacco, acqua alla nicotina. Roba interessante, ma non è una vera sigaretta. In TV il servizio di salute è già finito e partono gli aggiornamenti sul reality del momento. Al mondo, la questione del fumo, non sembra interessare granché dopotutto. Dalla cornetta continuano ad uscire parole che sembrano giungere ad una conclusione. Il dottore lo prega di smettere, per il suo bene. Ma lui sta bene. In fin dei conti, PER ORA, ha solo tosse. Mpah.

Alla prossima, Simone Detassis

Pubblicato su L’Adige il 03/03/2015

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Il gelo della SLA

Il gelo della SLA

Nel 2014 il web è stato inondato da video di persone che si lanciavano secchi di acqua gelata in testa: la famosa Ice Bucket Challenge. Scopriamo allora cosa si nasconde dietro l’acqua gelida e le divertite facce degli sfidanti. Tralasciando la storia della sfida – oltretutto facilmente reperibile su Wikipedia (link) – concentriamoci sul suo significato. ALS Ice Bucket Challenge è una sfida (non dico “era” perché anche se è passata di moda nulla vieta di rifarla, anzi!) con lo scopo di aumentare la consapevolezza riguardo la sclerosi laterale amiotrofica (SLA, in inglese ALS, Amiotrophic Lateral Scleorosis). Il gesto vuole farci capire quale sia il suo impatto sulla vita di tutti i giorni ed è stato scelto perchè il ghiaccio dovrebbe simulare parzialmente ciò che prova un malato di SLA: dolore e intorpidimento. Come ammette la stessa ALS association questo metodo ha funzionato grandiosamente: nell’agosto 2014 sono stati raccolti circa 13 milioni di dollari, una bella cifra se comparati ai 1.7 milioni raccolti nello stesso periodo nel 2013.

Cos’è la SLA? Da cosa è causata? 

La sclerosi laterale amiotrofica è una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce principalmente i motoneuroni. Questi ultimi formano una sorta di ponte tra cervello, colonna vertebrale e muscolipermettondo ogni nostro movimento volontario, dal camminare ai gesti quasi automatici, come il deglutire.

La degenerazione dei motoneuroni è dovuta ad un loro inefficiente mantenimento: il termine “amiotrofica”, che deriva dal greco, indica proprio questa disfunzione. “a-”è un prefisso negativo, “-mio-“ significa muscolo e “-trofica” sta per“sostentamento”. Negli individui affetti da SLA, i motoneuroni perdono la capacità di mandare segnali ai muscoli, i quali diventano sempre più piccoli e smettono infine di funzionare. La malattiacomincia con un semplice indebolimento muscolare, poi progressiva incapacità motoria, perdita funzionale del diaframma e dei muscoli della parete toracica fino all’impossibilità di respirare (se non attaccati ad una macchina) ed infine la morte.

La maggior parte dei casi di SLA compare in maniera sporadica. Nel 10-15% dei pazienti, però, presenta forme familiari, ovvero, ereditate. Il problema deriva da una informazione non corretta trasmessa dai nostri geni. Cosa vuol dire? E soprattutto, cosa sono i geni? Ogni cellula del nostro corpo possiede tutte le informazioni necessarie per sopravvivere, dividersi e svolgere i propri compiti all’interno di un sistema molto complesso: queste ed altre informazioni sono contenute nel DNA. Possiamo immaginarci il DNA come una sorta di ricettario e i nostri geni come le ricette che possono essere preparate. Ora, se la nostra ricetta per la torta fosse sbagliata e al posto di 100g di burro ci mettessimo 100g di sale credo converrete con me che il risultato sarebbe disastroso. Così accade quando il nostro DNA possiede qualche informazione sbagliata: le istruzioni che ne derivano portano ad uno sbilanciamento nel fine equilibrio che mantiene la cellula (e il nostro corpo) in salute.

Attraverso la ricerca di base sono state trovate alcune risposte. Negli ultimi decenni si è fatta luce su alcuni geni importanti coinvolti in questa terribile malattia che è spesso considerata (sia per i casi sporadici che per quelli familiari) una proteinopatia, ovvero dovuta principalmente alla produzione e alla possibile aggregazione di proteine caratterizzate da una conformazione non corretta. Ogni proteina infatti ha una sua conformazione precisa, come la ha ogni oggetto che abbiamo in casa. Prendiamo come esempio una porta. Ogni componente deve essere al suo posto: se la maniglia fosse vicina ai cardini invece che essere sul lato opposto, la porta verrebbe meno alla sua funzione. Così succede per le proteine, le quali, perdendo la loro corretta conformazione perdono funzionalità o peggio ancora, ne acquistano una negativa.

Conosciamo alcuni geni che, mutati, sono causa (spesso non sufficiente) della malattia, come SOD1, responsabile normalmente di distruggere i radicali superossidi, ovvero entità molecolari molto reattive che possono risultare pericolose, se in eccesso, per le nostre cellule. Scoperta la causa, si può cercare una cura, direte. Purtroppo non è così. Un altro gene coinvolto è TDP-43, responsabile della lettura dell’informazione dei geni. Altri ancora sono FUS e C9orf72 e…e…tanti altri. Veramente tanti. Non solo i geni coinvolti sono molteplici e diversi fra loro, ma diversi sono anche i tipi cellulari in cui è implicata la malattia: non si tratta solo dei motoneuroni. Se prima si pensava che la SLA fosse neurocentrica e che l’alterazione muscolare ne fosse una conseguenza, ora si crede che anche altri tipi cellulari siano coinvolti nella degenerazioni dei motoneuroni. Una lotta conto l’Idra: abbattiamo una testa e ne spuntano altre due.

Possiamo combatterla? 

Tutt’ora non esiste una cura per la SLA. Diversi approcci in via di sviluppo mirano a migliorare le condizioni dei pazienti attraverso iniezioni di cellule staminali. Questa tecnica, per ora, è stata vista essere piuttosto efficace sui topi e sono quindi iniziati alcuni trial clinicisull’uomo. Tuttavia, la maggior parte di essi sono ancora nella prima fase degli studi, ovvero se ne sta testando, per il momento, solo la sicurezza. Nel caso questa sia dimostrata, si procede con test più specifici sull’efficacia., ma per il momento i risultati sono ambigui. Infatti, pur sembrando essere sicuri, i trattamenti hanno mostrato un effetto benefico minimo o quasi nullo in alcuni casi. Certo, non c’è da disperare, questo tipo di terapia sembra essere molto promettente,ma per il momento non c’è niente di assodato, e ci vorranno anni prima di ottenere dei risultati definitivi. Ci tengo a precisare che gli studi che utilizzano cellule staminali non hanno niente a che fare con le pseudoricerche NON SCIENTIFICHE di cui abbiamo sentito parlare nell’ultimo anno in varie trasmissioni e nelle aule di tribunale. Purtroppo in questi anni abbiamo dimostrato più volte di essere un popolo credulone o meglio, cambiando punto di vista, un popolo furbo che sa giocare sulla disperazione altrui. Per questo motivo scrivo dando poche certezze. Dobbiamo essere molto cauti.

Per chi volesse approfondire, vi lascio con il link dell’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica (www.aisla.it/) dove potete trovare ulteriori informazioni. Soprattutto potete DONARE una piccola somma alla ricerca. Non sarà mai poco. Ricordate che l’acqua gelata, come la moda sui social network, scivola via. La SLA no.

Alla prossima,  Simone Detassis

LINK UTILI E FONTI

https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT02193893?term=ALS&rank=5 

http://www.aisla.it/ 

http://www.alsa.org/ 

Changsung Kim, Hee Chul Lee, Jung-Joon Sung [Amyotrophic Lateral Sclerosis – Cell Based Theraphy and Novel Therapeutic Development] – Experimental neurobiology – Sep. 2014

M. Galbiati, V. Crippa, P. Rusmini, R. Cristofani, M.E. Cicardi, E. Giorgetti, E. Onesto, E. Messi, A. Poletti – [ALS-related misfolded protein management in motor neuron and muscle cells] – Neurochemistry International – 2014

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Ebola #02: Perché è un’emergenza e perché non bisogna averne paura

Ebola #02: Perché è un’emergenza e perché non bisogna averne paura

Il 6 dicembre 2013, dopo aver contratto lo Zaire ebolavirus EBOV, moriva in Guinea un bambino di due anni, considerato il paziente zero dell’attuale epidemia che ha colpito l’Africa occidentale. Quasi quattro mesi più tardi, l’Organizzazione mondiale della sanità ha rilasciato il primo comunicato ufficiale riguardante la diffusione del ceppo virale e da quel momento la copertura mediatica per il caso ebola è andata sempre in crescendo, di pari passo col diffondersi della malattia. Cerchiamo allora di capire cosa rende l’ebola meritevole di tanta attenzione.

Il primo termine che viene associato all’ebola è ormai epidemia, una parola che indica il contagio estremamente rapido (generalmente due settimane) di un alto numero di persone: ad oggi infatti, i casi registrati a partire da dicembre sono più di tredicimila. Parafrasando le parole dell’OMS, l’ebola è attualmente la più grande emergenza per la salute pubblica e rappresenta una delle più gravi epidemie dei tempi moderni. I motivi principali sono due: la letalità del virus e la rapida diffusione che ha avuto negli ultimi mesi.

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I sintomi causati dal virus, come spiegato nell’articolo precedente, sono spesso letali, soprattutto a causa della mancanza di una cura specifica. Esistono tuttavia delle misure che possono aumentare la probabilità di sopravvivenza del paziente, in particolare il reintegramento dei fluidi per via orale o endovenosa. A questo proposito merita un appunto l’indice di letalità del virus, attestato al 71 % : questo numero rappresenta la percentuale di persone che sono decedute in seguito all’esposizione al virus, ma è importante specificare che si tratta di una media fra diverse zone geografiche e quindi che oscilla molto a seconda del paese che viene considerato. Per esempio, in Nigeria l’indice scende al 46%, soprattutto grazie alla ridotta diffusione del virus (solo 20 casi registrati) e ai diversi mezzi a disposizione tra un paese emergente come la Nigeria e uno dei venti stati più poveri del mondo, come la Guinea-Bissau, dove l’indice raggiunge il 72%.

Parliamo ora della frequenza di trasmissione del virus: una persona colpita dall’ebola infetta in media altre due persone. Si tratta di un numero relativamente basso, se paragonato ad altri agenti infettivi, come il virus del morbillo o quello parotitico (che causa la malattia comunemente nota con il nome di orecchioni). Allora perché l’ebola si è diffusa così largamente e in maniera così rapida?

La risposta è da ricercare nel sistema sanitario e nella modalità di trasmissione del virus. Nelle zone colpite, la trasmissione è stata alimentata dalla mancanza delle misure più basilari di controllo infettivo ed igienico, ad esempio l’utilizzo di guanti protettivi e del camice, o il semplice lavarsi le mani. Un fattore chiave è stato ricoperto anche dalla difficile comunicazione con le popolazioni locali e dall’incapacità di contenere la paura di massa: sono noti casi di gruppi che hanno minacciato il personale medico o danneggiato le strutture ospedaliere. In particolare, sembra impossibile superare la barriera culturale riguardante le tradizioni funerarie, che comprendono l’abluzione del defunto. Quest’usanza può trasformare i funerali in focolai: in Sierra Leone sono stati schedati più di 300 casi di infezione che fanno riferimento ad un unico servizio funebre.

Con queste premesse, è evidente che lo sviluppo dell’ebola in una pandemia che colpisca anche i paesi occidentali è estremamente improbabile. Ricordiamo che il virus dell’ebola si trasmette attraverso i fluidi corporei e solo quando una persona mostra i sintomi della malattia, ossia dopo un periodo compreso fra due e venti giorni di incubazione. In un sistema sanitario efficiente, una persona colpita dal virus viene isolata rapidamente e la diffusione del morbo viene così interrotta sul nascere; inoltre vengono eseguiti dei controlli sulle persone che potrebbero aver contratto la malattia prima del ricovero del paziente zero, ma che probabilmente non sono ancora contagiose. Attenzione, non vogliamo minimizzare il problema, ma è necessario contestualizzare i fatti che vengono presentati: la paura diffusa dai media di una possibile epidemia di ebola in Europa o negli Stati Uniti è del tutto fuori luogo. Ciò non toglie che l’attuale emergenza ebola nell’Africa occidentale sia diventata drammatica e necessiti del supporto dell’intera comunità internazionale.

Anche la ricerca sta dando il proprio contributo per vincere la battaglia contro l’ebola. Attualmente si stanno sviluppando diverse cure sperimentali, ma non si è ancora arrivati a superare la fase uno del trialclinico, ossia lo studio della sicurezza del farmaco. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il trattamento più promettente è la trasfusione di siero sanguigno dai pazienti sopravvissuti all’ebola: l’obiettivo sarebbe quello di trasferire gli anticorpi contro il virus, ma l’efficacia di questa terapia è ancora in discussione.

In parallelo, si sta tentando di trovare un vaccino: il centro di ricerca in pole position ha iniziato a settembre la fase uno del trial clinico del vaccino chiamato cAd3-ZEBOV. Il principio di base è quello di ingegnerizzare un virus innocuo per l’uomo ma che esprima delle glicoproteine tipiche dell’Ebolavirus, in modo che il sistema immunitario sviluppi degli anticorpi in grado di neutralizzare entrambi gli agenti virali. Questo è possibile perché la parte cosiddetta adattativa del nostro sistema di difesa è in grado di “ricordare” ciò che ci ha infettati. Quindi il concetto del vaccino è dare al nostro corpo qualcosa di innocuo che possa essere memorizzato e quindi prontamente riconosciuto in caso di un infezione del virus reale. Al contempo ci sono altri studi in corso: ad esempio BARDA (l’organo statunitense che si occupa delle emergenze sanitarie) ha stanziato 5.8 miliardi di dollari alla società Profectus BioSciences affinché sviluppi un vaccino contro l’ebola. Anche in Italia lo sforzo congiunto di due aziende, la Okairos e la IRBM, ha portato allo sviluppo di un potenziale vaccino, che dopo essere stato testato con successo su alcuni esemplari di macachi, è attualmente in fase di sperimentazione clinica sugli umani.

Se una di queste ricerche andrà a buon fine, l’emergenza ebola potrà finalmente considerarsi conclusa.

Dennis Pedri

Fonti:

http://www.who.int/csr/disease/ebola/en/

http://www.cdc.gov/vhf/ebola/

WHO Ebola Response Team (2014) Ebola Virus Disease in West Africa – The First 9 Months of the Epidemic and Forward Projections. N Engl J Med 2014; 371:1481-1495

Jean-Philippe Chippaux (2014) Outbreaks of Ebola virus disease in Africa: the beginnings of a tragic saga. J Venom Anim Toxins Incl Trop Dis.; 20(1): 44.

Derek Gatherer (2014) The 2014 Ebola virus disease outbreak in West Africa. J Gen Virol.; 95(Pt 8):1619-24.

Stanley et al. (2014) Chimpanzee adenovirus vaccine generates acute and durable protective immunity against ebolavirus challenge. Nat Med.;20(10):1126-9.

Michaeleen Doucleff (2014) No, Seriously, How Contagious Is Ebola?

http://www.npr.org/blogs/health/2014/10/02/352983774/no-seriously-how-contagious-is-ebola

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:2014_ebola_virus_epidemic_in_West_Africa.svg

Pubblicato su L’Adige il 27/01/2015

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EBOLA #1 Che cosa sappiamo sull’ebola?

EBOLA #1 Che cosa sappiamo sull’ebola?

Ebola Virus at 108,000 Magnification

Cinque domande per comprendere al meglio l’emergenza che in questi ultimi mesi sta interessando il nostro pianeta.

Molte sono le parole che ci possono tornare in mente per riassumere quello che è stato il 2014. Una tra tutte, che ha fatto smuovere persone, organizzazioni e perfino interi paesi, è “ebola”.

Secondo WIRED e Google, ebola è stata la parola più cercata sul web dagli italiani nel corso dell’estate passata. Nei social network la questione è diventata virale. Grazie alla velocità e alla facilità nell’utilizzare questi mezzi, migliaia di utenti ogni giorno contribuiscono ad alimentare l’allarmismo e la disinformazione, che, purtroppo, si sono diffusi quasi più velocemente del virus che ha colpito l’Africa occidentale.
Quotidianamente abbiamo a che fare con le notizie riguardanti l’attuale epidemia di ebola, ma quanto conosciamo veramente il protagonista della vicenda?

Grazie alle risposte di cinque semplici domande, scopriremo come mai il virus dell’ebola è diventato così tristemente famoso negli ultimi mesi e cercheremo di sfatare eventuali dubbi o allarmismi, in modo da poter affrontare questo argomento più preparati di prima.

Che cos’è l’ebola?

Il nome Ebolavirus, è composto dalle parole ebola, che deriva dal nome di un fiume della Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), e virus, che ne descrive la sua natura. Con virus intendiamo un agente infettivo di dimensioni microscopiche costituito da materiale genetico che rappresenta una sorta di codice dove sono mantenute le informazioni necessarie per compiere il suo ciclo replicativo e da un rivestimento protettivo di proteine. I virus sono classificati in base alle caratteristiche del materiale genetico che trasportano ed esistono attualmente sette gruppi di appartenenza. Secondo il Comitato Internazionale per la Tassonomia dei Virus (ICTV), Ebolavirus appartiene al gruppo V, cioè dei virus a RNA a singolo filamento negativo. Appartenenti a questo gruppo sono anche il virus del morbillo, della parotite epidemica e della peste bovina.
Al giorno d’oggi si conoscono cinque specie di Ebolavirus, nominate secondo il luogo dove sono state scoperte: Bundibugyo ebolavirus, Reston ebolavirus, Sudan ebolavirus, Taï Forest ebolavirus e Zaire ebolavirus. Lo Zaire ebolavirus è il responsabile dell’epidemia dello Zaire del 1976 e dell’attuale epidemia in Africa occidentale. Attualmente lo Zaire ebolavirus è costituito da un solo ceppo, chiamato EBOV, noto comunemente con il nome Ebola virus.

Come si trasmette?

L’Ebola virus si può trasmettere mediante contatto diretto con sangue, tessuti, organi, escrementi o fluidi corporei di animali infetti. Si pensa che l’infezione attuale sia iniziata proprio dalla manipolazione di scimmie, antilopi, istrici, gorilla, scimpanzé o pipistrelli della frutta trovati morti o catturati all’interno delle foreste dell’Africa centrale. Si ritiene che l’ipotetico paziente zero dell’attuale epidemia facesse parte di una famiglia di cacciatori di pipistrelli.
Una volta avvenuto il primo contatto con un umano, il virus si può diffondere con più facilità all’interno della popolazione. La trasmissione avviene, come per il contatto con gli animali, attraverso il sangue e i fluidi corporei di una persona (urina, feci, saliva e sperma). La trasmissione dell’Ebola virus NON avviene attraverso le zanzare e la manipolazione di denaro.
Le persone maggiormente a rischio sono: i familiari a contatto con le persone infette, gli operatori sanitari delle strutture di cura, personale adibito al trattamento dei corpi infetti e cacciatori della foresta pluviale per la possibile vicinanza con animali vivi e morti infetti.
Il periodo di incubazione dell’Ebola virus si estende dai 2 ai 21 giorni e i pazienti sono considerati contagiosi fino a quando il virus è presente nel sangue e nei fluidi corporei.

Qual è la storia del ceppo?

La prima apparizione dello Zaire ebolavirus risale al 1976 nello Zaire dove provocò 331 decessi su 600 persone colpite. Il giovane ricercatore Peter Piot, assieme ai suoi colleghi, si interessò di questa nuova malattia aspettandosi di scoprire un nuovo ceppo di febbre gialla, molto comune nei paesi africani. Si fece spedire campioni di sangue infetto nel suo laboratorio in Belgio e iniziò gli studi. I risultati portarono alla luce che non si trattava di febbre gialla ma di qualcosa di sconosciuto. I ricercatori iniziarono a pensare di trovarsi di fronte ad una nuova malattia contro la quale il laboratorio belga non era attrezzato.
Poco dopo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ordinò al gruppo di ricerca belga di trasportare immediatamente i campioni a Porton Down (Inghilterra) e Atlanta (USA) in laboratori più adatti. I risultati furono finalmente analizzati: la nuova malattia scoperta nello Zaire è causata dal virus più lungo mai osservato a forma di verme, molto simile ad un altro virus conosciuto, il Marburg, che uccise diversi ricercatori di un gruppo tedesco qualche anno prima a causa di un incidente di laboratorio. Il virus prese quindi il nome della zona dove fece la sua prima comparsa.
A distanza di 38 anni dalla sua prima apparizione, il virus continua ancora ad uccidere: in totale sono stati 21.261 i casi registrati, a cui sono seguiti 8414 decessi.
(Fonte WHO, 14 Gennaio 2015)

Quali sono i sintomi?

I sintomi iniziali causati dall’Ebola virus sono visibili ma spesso sottovalutati. La persona infetta sviluppa inizialmente una febbre improvvisa, mal di gola, dolori muscolari, mal di testa e debolezza generale.  Conseguentemente, si riscontra l’insorgere di vomito, diarrea e nausea per una fase che può durare fino a 10 giorni circa.
La malattia prosegue il suo corso con la comparsa di emorragie interne ed esterne, disturbi renali ed epatici, disfunzioni respiratorie e del sistema nervoso.
Il decesso del malato avviene a causa della disidratazione e per i danni interni al corpo dovuti alle emorragie e gravi disfunzioni degli organi.

Come prevenire il contagio?

L’Ebola virus di per sé è poco resistente: la luce solare e un clima secco consentono al virus di sopravvivere per poco tempo all’esterno di un portatore, mentre l’utilizzo di saponi e candeggina per lavarsi o pulire indumenti contaminati basta ad uccidere questo organismo.
Al momento purtroppo non esiste un vaccino approvato in via definitiva contro l’Ebola virus. Le procedure da eseguire per aumentare la probabilità di sopravvivenza sono: idratare la persona malata, mantenere stabili i livelli di ossigeno nel sangue, limitare eventuali complicazioni dovute da infezioni e controllare la pressione arteriosa. Naturalmente queste procedure devono essere eseguite in locali medici appositamente preparati per evitare che il contagio si propaghi all’esterno, infettando il personale o altri ricoverati.

Nel prossimo articolo parleremo in specifico del pericolo dell’Ebola oggi: perché è un’emergenza e perché non bisogna averne paura.

Michael Broccardo

Fonti:

http://www.cdc.gov/vhf/ebola/
http://www.nlm.nih.gov/medlineplus/ency/article/001339.htm
http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs103/en/
http://www.livescience.com/topics/ebola-outbreak/  
http://apps.who.int/gho/data/view.ebola-sitrep.ebola-summary-20150114?la…

 

Pubblicato su L’Adige il 19/01/2015