Category Archives

2 Articles

Posted on

Il miglior attacco è la difesa: che cos’è l’immunoterapia?

Il miglior attacco è la difesa: che cos’è l’immunoterapia?
In figura: prima e dopo il trattamento con immunoterapia anti PD-1: http://www.nyp.org/amazingadvances/research/pd-1-immunotherapy

Come odio il raffreddore. Attraversare la quotidianità con i sensi ottusi, la fatica ad ogni respiro, il mal di testa da naso tappato. Per non parlare del momento di panico quando ti accorgi di avere finito i fazzoletti. L’abbattimento fisico e morale porta continuamente alla mente la stessa riflessione: quanto stavo bene con il naso libero, quando non ero dipendente dalla scatola di Kleenex. Come ho fatto a non apprezzare tutto questo ogni giorno?

 

Infatti il mantenimento della nostra buona salute è il risultato della continua lotta fra batteri e virus che vivono intorno a noi e il nostro sistema immunitario. Questo arsenale di cellule, allenato da secoli e secoli di evoluzione, combatte le infezioni riconoscendo cellule e componenti molecolari diversi da quelli umani, detti antigeni, e attivandosi per eliminare in fretta gli intrusi. Non solo, ma dopo avere incontrato un certo patogeno, cellule immunitarie specializzate sono capaci di “memorizzare” i suoi antigeni per essere in grado di rispondere piú prontamente ad un attacco futuro. Per quanto ci proviamo, nessun farmaco sará mai efficiente ed efficace come questo sofisticato sistema di difesa, allenato da millenni di evoluzione. Ecco perché medici e scienziati cercano di sfruttarne le capacità per prevenire e curare molte malattie. L’esempio più famoso ed efficace sono ovviamente i vaccini, che armano il nostro sistema immunitario contro batteri o virus senza dover superare una vera infezione. Ma non si tratta sempre solo di malattie infettive, talvolta siamo costretti a confrontarci con minacce ben più subdole.

 

Uno dei tanti motivi per cui i tumori sono cosí insidiosi é che non si tratta di invasori: sono le nostre stesse cellule rivoltate contro di noi. Ció significa che il corpo fatica a riconoscerle come una minaccia. Può allora il sistema immunitario agire contro il cancro? Le prime prove risalgono alla fine del diciannovesimo secolo quando il chirurgo americano William Coley, che di sicuro non sapeva cosa fosse il sistema immunitario, osservò la regressione spontanea dei tumori di certi pazienti oncologici che erano stati soggetti a infezioni batteriche. Ad oltre un secolo di distanza, sappiamo che il sistema immunitario riesce a riconoscere le cellule tumorali che espongono proteine mutate, un fenomeno definito immuno-sorveglianza. Tuttavia, non è una passeggiata, perché il cancro ha molti meccanismi di evasione. Il più furbo consiste nell’azionare i meccanismi “di sicurezza” del sistema immunitario, detti checkpoint immunologici: ad esempio le cellule T citotossiche, fatte per riconoscere e uccidere le cellule che presentano antigeni estranei, espongono in superficie un particolare recettore PD1. Questo serve da interruttore molecolare che impedisce che l’azione killer delle cellule T diventi troppo prolungata e potenzialmente deleteria, spegnendola tramite l’interazione con un’altra proteina, PDL1. Alcune cellule tumorali hanno convenientemente imparato a produrre PDL1 per far credere alle cellule T di essere innocue.

Insomma in alcuni casi vince il cancro, nonostante il sistema immunitario ce la metta tutta. Che abbia solo bisogno di una carica in più?

 

Una volta provata l’ipotesi dell’immuno-sorveglianza, sono stati ideati e testati molti modi per intensificare la risposta immunitaria contro i tumori, dando inizio all’era dell’immunoterapia.

Per primo c’è stato il trattamento con citochine, molecole immunostimolatrici molto generali e aspecifiche, che porta però alcuni effetti collaterali. Poi moltissimo entusiasmo e sforzi sono stati orientati allo sviluppo di immunoterapie che agiscano sui checkpoint immunologici: creando anticorpi che leghino PD1 o altri recettori simili, viene impedita l’interazione con PDL1, togliendo così i freni alla risposta immunitaria. Brutale? Forse, ma anticorpi anti-checkpoint come ipilimumab o nivolumab sono già approvati e in uso nella pratica clinica. Un altro tipo di immunoterapia, sono i vaccini anti-cancro: il paziente viene immunizzato contro proteine mutate estratte dal tumore che possano essere riconosciute come antigeni. Si tratta di vaccini terapeutici, che risvegliano le difese contro la malattia già in corso, e non preventivi, dato che in rari casi due tumori diversi portano le stesse mutazioni. Un approccio ancora più sofisticato è la terapia con CAR T-cells (Chimeric Antigen Receptor), che i pionieri nel settore hanno definito come “Trattare il paziente con un farmaco vivo”: le cellule T del paziente vengono geneticamente modificate per produrre dei recettori sintetici per gli antigeni tumorali e cresciute in coltura, per poi venire ri-infuse nel paziente. Nel corpo, le cellule T modificate possono moltiplicarsi ulteriormente e riconoscere e uccidere il cancro grazie ai loro recettori ingegnerizzati.

 

Ma l’immunoterapia funziona? Eccome. Dopo i promettenti risultati ottenuti nell’ambito pre-clinico, oggi possiamo apprezzare l’efficacia di queste terapie anche nei pazienti sul lungo termine: l’anticorpo anti-checkpoint nivolumab, ad esempio, permette di raddoppiare la sopravvivenza dei pazienti di melanoma metastatico a 5 anni dal trattamento, ovvero con le terapie precedentemente disponibili il 16% dei pazienti era ancora vivo a 5 anni dal trattamento, con l’immunoterapia sopravvivono il 34% dei pazienti. Potranno sembrare cifre poco entusiasmanti per i più, ma per ricercatori e medici che si occupano di terapie anti-tumorali – e soprattutto per i malati – sono risultati che hanno dell’incredibile. In più, diversamente dalla maggior parte delle altre terapie, gli inibitori dell’immuno-checkpoint sembrano funzionare su tanti tipi di cancro diversi, anche con cause e caratteristiche molecolari completamente diverse tra loro: ciò ha portato immunoterapici già usati in certi tumori ad essere approvati in tempo record per il trattamento di altri tipi di cancro. Nel 2017 è arrivato anche il via libera per l’uso clinico di due innovative terapie CAR T-cells su pazienti di leucemia e linfoma. C’è di più: alcuni farmaci antitumorali usati in combinazione annullano vicendevolmente i loro benefici o portano effetti collaterali troppo pesanti per l’organismo del paziente. Invece, in pazienti trattati con due immunoterapici in combinazione – o in combinazione con farmaci chemoterapici – si osserva un ulteriore aumento di sopravvivenza.

 

Potrebbe sembrare davvero un susseguirsi incessante di successi, ma non per tutti. Se in molti casi l’immunoterapia porta a una stupefacente regressione della malattia, una percentuale considerevole di pazienti non mostra nessuna risposta ai trattamenti – numeri che oscillano tra il 20% e il 60% dei malati, a seconda del tipo di tumore e di trattamento. Perché persone diverse affette da malattie con le stesse caratteristiche, spesso con le stesse mutazioni, reagiscono in maniera così diversa agli stessi farmaci? La nostra conoscenza attuale dei meccanismi del sistema immunitario e dell’immunologia dei tumori è troppo limitata per fornire risposte certe. Scienziati in tutto il mondo sono a caccia dei fattori che influenzano l’efficacia dei trattamenti e un recente studio ha mostrato che un ruolo fondamentale potrebbe essere giocato dai primi nemici del nostro sistema di difesa: i microbi. Non quelli che causano il mio odiato raffreddore, ma quelli che vivono nella nostra pancia.

 

“COME? LA MIA PANCIA È PIENA DI GERMI?”

Se vi state facendo prendere dal panico, probabilmente dovreste leggere la prossima puntata.

 

 

di Emma Dann

 

 

FONTI VARIE

Posted on

Olio di palma: preziosa materia prima o nemico da temere?

Olio di palma: preziosa materia prima o nemico da temere?

Elogiato e disprezzato, difeso e accusato, di rimpiazzo e rimpiazzato: insomma, il dibattito «olio di palma sì, olio di palma no» è ora più che mai acceso e anche il ruolo giocato dall’opinione pubblica sta avendo importanti riscontri.

Ma perché tanta discussione? E perché questo scandalo è sorto così recentemente? Di questa sostanza, infatti, si discute solo da qualche anno, eppure le industrie lo utilizzano da decenni, se non da secoli. Dove, attenzione, con il termine industrie non ci si riferisce solo a quelle alimentari. Per esempio, dati alla mano, in Italia solo l’11% dell’olio importato nel 2014 è stato utilizzato da queste ultime; il restante 89%, che corrisponde a quasi 1,5 milioni di tonnellate, è stato ripartito tra i settori farmaceutico, chimico, cosmetico, mangimistico e bionergetico.

L’attenzione è stata risvegliata nel 2014 quando, il 13 dicembre, è stata applicata la direttiva europea 1169/2011 riguardante la revisione delle etichette per renderle «precise, chiare e di facile comprensione per il consumatore».

È così che l’olio di palma, prima camuffato sotto diciture come «oli vegetali» o «grasso vegetale non idrogenato», è comparso ben in vista, smuovendo non poco gli animi. Grazie alla direttiva è stato effettivamente possibile rendersi conto della sua indiscutibile onnipresenza: in primis biscotti, merendine e dolciumi ma anche fette biscottatepane in cassettagrissinicerealigelati e creme spalmabili sono alimenti della nostra quotidianità nei quali la presenza dell’olio di palma rappresenta più la regola che l’eccezione.

Persino in prodotti insospettabili come il dado da brodo e gli alimenti per neonati è tutt’altro che una rarità trovarlo.

Una diffusione così ampia è dovuta a molteplici motivi di natura diversa. L’olio di palma, una volta raffinato, è un ingrediente immancabile nei prodotti dolciari per la sua caratteristica consistenza e fragranza neutra: conferisce cremosità o croccantezza a seconda del processo con cui viene trattato e non altera il sapore finale del prodotto. Non sorprende poi che ad incidere sulla sua diffusione vi sia anche il fattore economico: le aziende riescono a distribuire sul mercato prodotti economici e competitivi dato che un litro di olio di palma all’ingrosso costa 0,57 euro al litro; nulla a che vedere con quello di oliva, il cui prezzo oscilla tra 2,70 e 5,30 euro al litro in base alla zona di produzione.

Ciò è dovuto all’imparagonabile qualità nutrizionale dell’olio di oliva e alla netta differenza che vi è nelle rese: con un ettaro di piantagione di palme è possibile estrarre 3,7 tonnellate di olio mentre, dallo stesso ettaro coltivato come uliveto intensivo se ne ricaverebbero 70-80 quintali.

La resa della palma da olio, dunque, è innegabile: 6 volte superiore alle piante di girasole e quasi 11 volte la pianta d’olivo. Inoltre le coltivazioni delle palme da olio sono distribuite in una quindicina di paesi della fascia equatoriale nei quali, grazie al loro clima caldo e umido, è possibile minimizzare i costi (e gli sprechi) dell’irrigazione.
La domanda sempre più prepotente e l’assenza di enti tutelanti l’ambiente e i diritti delle popolazioni, hanno permesso nel corso degli anni l’espansione sempre più massiccia delle piantagioni. È così che Indonesia e Malesia si sono ritrovati ad essere i principali produttori di olio di palma, arrivando a coprire circa l’85% della produzione mondiale, con notevoli ripercussioni sull’ambiente.

Per dare spazio alle piantagioni, nella sola Indonesia dal 1990 ad oggi sono stati disboscati 31 milioni di ettari. Ed è questo uno degli aspetti su cui più si accanisce la petizione «Stop all’invasione dell’olio di palma»  lanciata da «Il fatto alimentare» di cui, qui di seguito, viene riportato in maniera parziale il primo punto:

«La produzione di olio di palma è correlata alla rapina delle terre e alla deportazione di milioni di famiglie africane e asiatiche (land grabbing). È inoltre causa primaria della deforestazione di aree boschive (prima causa di emissioni di CO2 nel Sud-Est asiatico) e della devastazione degli “habitat” naturali per lasciare spazio alle monocolture come quelle della palma da olio. Queste operazioni comportano gravi violazioni dei diritti umani, l’eliminazione della sovranità alimentare e la riduzione della biodiversità».

I toni utilizzati sono considerati un po’ troppo allarmistici da chi invece l’olio di palma lo produce o lo utilizza. La EPOA9 (European Palm Oil Alliance) e la AIDEPI (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane) intervengono in sua difesa ricordando che il 18% del prodotto annuo è controllato e certificato RSPO, un marchio che garantirebbe la produzione in maniera sostenibile e responsabile. Gli enti fanno riflettere anche sul significato e sulle conseguenze che si avrebbero se l’olio di palma fosse rimpiazzato con altri oli. Questo, anziché aiutare l’ambiente, causerebbe danni probabilmente ancora più ingenti: mentre, attualmente, per produrre le milioni di tonnellate di olio richieste dal mercato «basta» una superficie che copre circa il 60% dell’Italia, nel caso in cui tutto quest’olio fosse sostituito con olio di oliva, sarebbe necessaria una superficie pari a 6 volte l’Italia.

A livello salutare la faccenda sembra complicarsi ulteriormente, come avrete modo di appurare leggendo la seconda parte dell’articolo.

Elena Klaic

 

Pubblicato su L’Adige il 26/04/2016