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Il miglior attacco è la difesa: che cos’è l’immunoterapia?

Il miglior attacco è la difesa: che cos’è l’immunoterapia?
In figura: prima e dopo il trattamento con immunoterapia anti PD-1: http://www.nyp.org/amazingadvances/research/pd-1-immunotherapy

Come odio il raffreddore. Attraversare la quotidianità con i sensi ottusi, la fatica ad ogni respiro, il mal di testa da naso tappato. Per non parlare del momento di panico quando ti accorgi di avere finito i fazzoletti. L’abbattimento fisico e morale porta continuamente alla mente la stessa riflessione: quanto stavo bene con il naso libero, quando non ero dipendente dalla scatola di Kleenex. Come ho fatto a non apprezzare tutto questo ogni giorno?

 

Infatti il mantenimento della nostra buona salute è il risultato della continua lotta fra batteri e virus che vivono intorno a noi e il nostro sistema immunitario. Questo arsenale di cellule, allenato da secoli e secoli di evoluzione, combatte le infezioni riconoscendo cellule e componenti molecolari diversi da quelli umani, detti antigeni, e attivandosi per eliminare in fretta gli intrusi. Non solo, ma dopo avere incontrato un certo patogeno, cellule immunitarie specializzate sono capaci di “memorizzare” i suoi antigeni per essere in grado di rispondere piú prontamente ad un attacco futuro. Per quanto ci proviamo, nessun farmaco sará mai efficiente ed efficace come questo sofisticato sistema di difesa, allenato da millenni di evoluzione. Ecco perché medici e scienziati cercano di sfruttarne le capacità per prevenire e curare molte malattie. L’esempio più famoso ed efficace sono ovviamente i vaccini, che armano il nostro sistema immunitario contro batteri o virus senza dover superare una vera infezione. Ma non si tratta sempre solo di malattie infettive, talvolta siamo costretti a confrontarci con minacce ben più subdole.

 

Uno dei tanti motivi per cui i tumori sono cosí insidiosi é che non si tratta di invasori: sono le nostre stesse cellule rivoltate contro di noi. Ció significa che il corpo fatica a riconoscerle come una minaccia. Può allora il sistema immunitario agire contro il cancro? Le prime prove risalgono alla fine del diciannovesimo secolo quando il chirurgo americano William Coley, che di sicuro non sapeva cosa fosse il sistema immunitario, osservò la regressione spontanea dei tumori di certi pazienti oncologici che erano stati soggetti a infezioni batteriche. Ad oltre un secolo di distanza, sappiamo che il sistema immunitario riesce a riconoscere le cellule tumorali che espongono proteine mutate, un fenomeno definito immuno-sorveglianza. Tuttavia, non è una passeggiata, perché il cancro ha molti meccanismi di evasione. Il più furbo consiste nell’azionare i meccanismi “di sicurezza” del sistema immunitario, detti checkpoint immunologici: ad esempio le cellule T citotossiche, fatte per riconoscere e uccidere le cellule che presentano antigeni estranei, espongono in superficie un particolare recettore PD1. Questo serve da interruttore molecolare che impedisce che l’azione killer delle cellule T diventi troppo prolungata e potenzialmente deleteria, spegnendola tramite l’interazione con un’altra proteina, PDL1. Alcune cellule tumorali hanno convenientemente imparato a produrre PDL1 per far credere alle cellule T di essere innocue.

Insomma in alcuni casi vince il cancro, nonostante il sistema immunitario ce la metta tutta. Che abbia solo bisogno di una carica in più?

 

Una volta provata l’ipotesi dell’immuno-sorveglianza, sono stati ideati e testati molti modi per intensificare la risposta immunitaria contro i tumori, dando inizio all’era dell’immunoterapia.

Per primo c’è stato il trattamento con citochine, molecole immunostimolatrici molto generali e aspecifiche, che porta però alcuni effetti collaterali. Poi moltissimo entusiasmo e sforzi sono stati orientati allo sviluppo di immunoterapie che agiscano sui checkpoint immunologici: creando anticorpi che leghino PD1 o altri recettori simili, viene impedita l’interazione con PDL1, togliendo così i freni alla risposta immunitaria. Brutale? Forse, ma anticorpi anti-checkpoint come ipilimumab o nivolumab sono già approvati e in uso nella pratica clinica. Un altro tipo di immunoterapia, sono i vaccini anti-cancro: il paziente viene immunizzato contro proteine mutate estratte dal tumore che possano essere riconosciute come antigeni. Si tratta di vaccini terapeutici, che risvegliano le difese contro la malattia già in corso, e non preventivi, dato che in rari casi due tumori diversi portano le stesse mutazioni. Un approccio ancora più sofisticato è la terapia con CAR T-cells (Chimeric Antigen Receptor), che i pionieri nel settore hanno definito come “Trattare il paziente con un farmaco vivo”: le cellule T del paziente vengono geneticamente modificate per produrre dei recettori sintetici per gli antigeni tumorali e cresciute in coltura, per poi venire ri-infuse nel paziente. Nel corpo, le cellule T modificate possono moltiplicarsi ulteriormente e riconoscere e uccidere il cancro grazie ai loro recettori ingegnerizzati.

 

Ma l’immunoterapia funziona? Eccome. Dopo i promettenti risultati ottenuti nell’ambito pre-clinico, oggi possiamo apprezzare l’efficacia di queste terapie anche nei pazienti sul lungo termine: l’anticorpo anti-checkpoint nivolumab, ad esempio, permette di raddoppiare la sopravvivenza dei pazienti di melanoma metastatico a 5 anni dal trattamento, ovvero con le terapie precedentemente disponibili il 16% dei pazienti era ancora vivo a 5 anni dal trattamento, con l’immunoterapia sopravvivono il 34% dei pazienti. Potranno sembrare cifre poco entusiasmanti per i più, ma per ricercatori e medici che si occupano di terapie anti-tumorali – e soprattutto per i malati – sono risultati che hanno dell’incredibile. In più, diversamente dalla maggior parte delle altre terapie, gli inibitori dell’immuno-checkpoint sembrano funzionare su tanti tipi di cancro diversi, anche con cause e caratteristiche molecolari completamente diverse tra loro: ciò ha portato immunoterapici già usati in certi tumori ad essere approvati in tempo record per il trattamento di altri tipi di cancro. Nel 2017 è arrivato anche il via libera per l’uso clinico di due innovative terapie CAR T-cells su pazienti di leucemia e linfoma. C’è di più: alcuni farmaci antitumorali usati in combinazione annullano vicendevolmente i loro benefici o portano effetti collaterali troppo pesanti per l’organismo del paziente. Invece, in pazienti trattati con due immunoterapici in combinazione – o in combinazione con farmaci chemoterapici – si osserva un ulteriore aumento di sopravvivenza.

 

Potrebbe sembrare davvero un susseguirsi incessante di successi, ma non per tutti. Se in molti casi l’immunoterapia porta a una stupefacente regressione della malattia, una percentuale considerevole di pazienti non mostra nessuna risposta ai trattamenti – numeri che oscillano tra il 20% e il 60% dei malati, a seconda del tipo di tumore e di trattamento. Perché persone diverse affette da malattie con le stesse caratteristiche, spesso con le stesse mutazioni, reagiscono in maniera così diversa agli stessi farmaci? La nostra conoscenza attuale dei meccanismi del sistema immunitario e dell’immunologia dei tumori è troppo limitata per fornire risposte certe. Scienziati in tutto il mondo sono a caccia dei fattori che influenzano l’efficacia dei trattamenti e un recente studio ha mostrato che un ruolo fondamentale potrebbe essere giocato dai primi nemici del nostro sistema di difesa: i microbi. Non quelli che causano il mio odiato raffreddore, ma quelli che vivono nella nostra pancia.

 

“COME? LA MIA PANCIA È PIENA DI GERMI?”

Se vi state facendo prendere dal panico, probabilmente dovreste leggere la prossima puntata.

 

 

di Emma Dann

 

 

FONTI VARIE

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Dal caso Stamina all’INFN, per una corretta informazione scientifica diffidare da Le Iene

Dal caso Stamina all’INFN, per una corretta informazione scientifica diffidare da Le Iene

Quando in laboratorio sono alle prese con dei compiti particolarmente ripetitivi, capita che lasci vagare la mia mente. Succede così che mi guardi indietro e dall’alto dei miei ventisei anni mi ricordi con un misto di vergogna e divertimento alcuni momenti imbarazzanti della mia adolescenza: un pianto per un brutto voto, il CD The Very Best Of Blue e quei jeans veramente troppo larghi. Una reminiscenza però lascia un retrogusto particolarmente amaro per un dottorando che ha investito i prossimi quattro anni della sua vita nella ricerca. Lo confesso: credevo che Le Iene fosse un programma giornalistico serio. Guardavo ammirato gli inviati fare domande scomode e muoversi al di fuori degli schemi giornalistici a cui ero abituato, presentando i contenuti in un modo chiaro ed efficace.

Poi è arrivato il caso Stamina. Studiando biotecnologie è stato facile vedere le false verità, i servizi manchevoli, le testimonianze selezionate, la mancanza delle fonti e il complottismo mascherato da attenzioni per i più deboli. Ricordo editoriali indignati di grandi esponenti del mondo scientifico, la Senatrice Elena Cattaneo in testa. Ricordo il Parlamento che sull’onda dell’emotività stanziava 3 milioni di Euro per la sperimentazione. Ricordo le discussioni con amici e parenti, cercando di spiegare perché è importante seguire un protocollo prima di approvare un trattamento e raccontando che nessuno era a conoscenza di cosa fosse presente all’interno della fantomatica Cura Vannoni.

Quando anche i media si sono accorti che delle iniezioni in un sottoscala ideate da un laureato in Scienze della Comunicazione non potevano costituire una cura credibile, è partita la caccia all’uomo: Vannoni viene arrestato e processato (patteggerà 1 anno e 10 mesi per truffa e associazione a delinquere) e su Le Iene piovono critiche. Esattamente, il programma televisivo che personalmente ritengo complice – seppur inconsapevole – di truffa e associazione per delinquere viene semplicemente criticato, ma nessuna responsabilità viene attribuita a chi ha pubblicizzato il metodo Vannoni a livello nazionale, partecipato a manifestazioni pro Stamina e aggiunto al proprio sito inserzioni di Stamina Foundation.

Per me, dopo Stamina Le Iene hanno perso ogni parvenza di credibilità. Da ricercatore quale sono ho però cercato di indagare più a fondo questo fenomeno televisivo. Con poca fatica, ho scoperto che Le Iene ricalcano un format televisivo ben definito, chiamato infotainment. Questa parola evidenzia la commistione tra informazione e intrattenimento: per poter far risaltare una notizia all’interno del bombardamento mediatico odierno, è necessario spettacolarizzarla. Come? Uno dei modi più pratici è quello di creare una reazione emotiva, che diventa automaticamente interesse personale dello spettatore. Un comunicatore scientifico una volta mi ha detto che un articolo è una storia. A seconda del punto di vista che adotto, a seconda dei fatti che scelgo di mostrare posso raccontare una storia invece che un’altra. Per il format de Le Iene, una storia efficace è quella di un contrasto fra due realtà, un’entità potente ed una debole. Ancora meglio se il racconto viene presentato in un alone di cospirazione, come una vicenda che i poteri forti cercano di occultare. All’interno di questa contrapposizione c’è già tutto. Paura e rabbia nei confronti dell’ingiustizia, compassione per la parte lesa, speranza di una rivalsa futura. Riconoscete lo schema? Quanti film, quanti romanzi ricalcano questa avvincente struttura narrativa?

Lo stesso schema è stato riproposto recentemente. A fine novembre Le Iene raccontano una nuova storia: nei laboratori sotterranei del Gran Sasso dell’INFN, centro di fisica di eccellenza mondiale, sarebbe in corso un pericoloso esperimento nucleare in grado di contaminare le falde acquifere che riforniscono d’acqua più di metà Abruzzo. Il servizio utilizza il modello appena spiegato, vengono narrati passati episodi di contaminazione delle acque, addirittura viene evocato lo spettro di Fukushima. Peccato che la realtà sia un’altra, come spiegano gli stessi ricercatori del centro e diversi articoli dei giornalisti che si prendono dieci minuti per approfondire: all’esperimento “non possono essere associati i rischi connessi a una centrale nucleare perché non è un reattore nucleare, e non può esplodere, neppure a seguito di azioni deliberate, errori umani o calamità naturali.” La sorgente radioattiva usata inoltre “non dipende da alcun sistema di controllo attivo (sia esso elettronico, meccanico o idraulico), e non può quindi in nessun caso guastarsi o andare fuori controllo.” La sorgente in questione è l’isotopo 144 del Cerio, che viene sigillata all’interno di una doppia capsula in acciaio, racchiusa da un ulteriore strato di tungsteno del peso di 2,4 tonnellate. L’intera struttura è stata progettata per essere in grado di resistere a terremoti, allagamenti e alte temperature fino a 1500 °C. C’è di più: i due episodi di contaminazione delle acque raccontati da Le Iene vengono facilmente smentiti e la richiesta di autorizzazione da parte del Centro risulta essere a norma. Per usare le parole di un ricercatore dell’INFN, Le Iene “pensavano fosse Fukushima e invece era un ferro da stiro”.

I paragoni con Stamina sono evidenti, perfino i risvolti politici. Il giorno dopo il servizio de Le Iene, il Consiglio regionale dell’Abruzzo, approva all’unanimità la risoluzione del Movimento 5 Stelle che chiede il blocco dell’esperimento e la revoca di qualunque autorizzazione. Fortunatamente, in questo caso, il Consiglio regionale non ha la giurisdizione per bloccare direttamente l’esperimento che dovrebbe venire effettuato tra il 2018 e il 2019 e durare 18 mesi. È comunque interessante notare come la politica regionale non abbia nemmeno esitato prima di saltare sul carro dell’emotività e del populismo.

Per completare il quadro della situazione, vale la pena citare anche altri casi in cui Le Iene hanno dato risonanza a bufale scientifiche, molte volte sfociando nella disinformazione: vaccini e autismo, sclerosi multipla e metodo Zamboni, cancro e veleno di scorpione cubano, cancro e diete vegane, ulivi e Xylella fastidiosa. A onor del vero, ci sono stati anche casi in cui la trasmissione ha mostrato finte terapie di ciarlatani per quello che erano.

Comunicare la scienza è sicuramente molto difficile. Spesso presuppone una comprensione approfondita dell’argomento e per la stessa natura del metodo scientifico si deve parlare di statistica, correlazione, percentuali, concetti che ben si prestano a mistificazioni e diverse interpretazioni dai non addetti ai lavori. Questo non deve tuttavia essere una giustificazione per programmi come Le Iene, che stanno contribuendo a diffondere panico e sfiducia nei confronti delle istituzioni scientifiche in un Paese con il più elevato tasso di analfabetismo funzionale dell’UE e in cui si fatica a trovare dei degni comunicatori dopo la famiglia Angela.

In ogni caso, un’ottima regola per una corretta informazione scientifica è quella di non fidarsi de Le Iene. D’altronde, lo stesso mammifero che vive nella savana, è notoriamente opportunista e seguendo gli avvoltoi riesce a scovare le carcasse di animali morti, con cui banchetta insieme al resto del suo branco.

 

Di Dennis Pedri

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La scienza scritta: ‘siti pirata’ o riviste a pagamento, da che parte stare?

La scienza scritta: ‘siti pirata’ o riviste a pagamento, da che parte stare?

 

Nello scorso episodio, che potete leggere sempre qui sul nostro blog per il Dolomiti, abbiamo esaminato uno scontro di cui molti non conoscevano l’esistenza, quello tra università e giornalismo scientifico. Abbiamo anticipato dei concetti fondamentali come quello di journal, peer-review e open source, illustrando i meccanismi della stesura di un paper.

Oggi è tempo di un altro difficile rapporto, quello tra journals e i ‘siti pirata‘. La differenza fondamentale tra questi due metodi sta nel prezzo del servizio offerto, o meglio nel ‘non-prezzo’ dei secondi che permettono a chiunque di consultare i lavori dei ricercatori di tutto il mondo. Viene dunque spontaneo chiedersi: ma perché dovremmo avere bisogno di pagare delle riviste se possiamo avere lo stesso beneficio da altri siti in modo del tutto gratuito?

Come prevede il metodo scientifico analizziamo per prima cosa i fatti. Il più famoso sito di Open Scientific Knowledge (‘cultura scientifica aperta’), Sci-Hub, è stato fondato nel 2011 in Kazakistan da Alexandra Elbakyan, programmatrice informatica che durante lo sviluppo del proprio progetto di laurea si trovò a dover affrontare una necessità che accomuna tutti i ricercatori di qualunque campo: trovare fonti. All’epoca erano presenti, come afferma lei stessa in un’intervista, circa 70 paper relativi all’argomento che stava trattando, ma erano tutti a pagamento e quindi a lei inaccessibili. Le si rese dunque necessario trovare un modo per aggirare tale ostacolo: prendendo spunto da un forum nel quale venivano condivisi articoli di giornale, pensò si potesse fare la medesima cosa con i paper.

Secondo gli ultimi dati rilasciati, del luglio 2017, i server di Sci-Hub contengono circa il 69% di tutti gli articoli scientifici mai pubblicati (circa 81 milione), con differenze da campo a campo e da journal a journal. Un punto che appare poco chiaro è come si faccia ad ottenere tutti questi articoli, tenendo conto che una volta inseriti in una rivista si trovano protetti dal copyright, rendendo difficile l’avervi accesso. Essendo la fondatrice di Sci-Hub un’informatica, tutti voi starete pensando che sia il lavoro dei soliti hacker (o meglio cracker considerando che gli hacker, come noi, amano mettere le ‘mani in pasta’ solamente per fini legali). Parte degli articoli è stata effettivamente sottratta dagli archivi delle riviste a pagamento, ma tanti altri provengono da un’altra fonte: gli scrittori stessi. Il 57% degli scienziati infatti ha ammesso di aver reso disponibile gratuitamente i propri papers e la maggior parte di loro afferma di non preoccuparsi delle eventuali conseguenze della violazione del copyright, secondo quanto sostenuto da Ross Mounce, biologo evoluzionista all’università di Cambridge.

Questo potrebbe essere un duro colpo per i journals negli anni a venire e quindi, per avere una visione d’insieme più completa, vediamo cosa si andrebbe a perdere se  ciò accadesse. Innanzitutto, come sottolineato nella precedente puntata de ‘La scienza scritta‘, prima che il testo di una ricerca venga stampato in una rivista vengono attuati una serie di controlli su vari aspetti. Infatti, se chiunque potesse pubblicare il proprio lavoro senza passare attraverso questi ‘filtri’ potremmo trovarci di fronte a paper inconsistenti, senza basi fondate, che traggono conclusioni non ben motivate o raggiunte mediante procedimenti poco accurati e che si distaccano dal metodo scientifico. Ciò è da evitare, essendo la qualità dei risultati importante quanto la loro accessibilità (se non di più).

Inoltre, per quanto questo aspetto passi spesso in secondo piano per via della sua difficile individuazione, la mancanza dei giornali impedirebbe di avere riscontri relativi a quanto impatto abbiano i vari articoli, e di conseguenza inficerebbe la possibilità di valutare l’importanza di un ricercatore o di un ente in base al proprio lavoro, come invece succede al momento.

Molti journals hanno capito l’importanza dell’open-source, ma questo deve essere regolamentato in modo corretto, come afferma anche Marcia McNutt di Science (uno dei giornali che pongono più attenzione a questo processo di cambiamento). Alcune riviste, però, non si sono assolutamente rassegnate alla ribalta dei siti di pubblico accesso per papers, tanto da citarli in giudizio. È il caso di Elsevier (di cui abbiamo abbondantemente parlato nel precedente articolo) che ha proceduto legalmente contro Sci-Hub, accusato di aver scaricato dal sito di Elsevier stessa milioni di articoli violando quindi il copyright. Ciò ha portato nel 2015 ad un’immediata impossibilità di accesso a Sci-Hub su internet, anche se ciò non ha impedito alla creazione di Alexandra Elbakyan di ripresentarsi sfruttando un altro dominio. Nel novembre 2017, la corte degli Stati Uniti ha condannato il sito a risarcire la rivista di ben 15 milioni di dollari per violazione del copyright.

Avendo quindi soppesato le varie informazioni e fonti, possiamo ora prendere una posizione: sentirci più vicini al punto di vista dei journals, dando maggiore peso alla qualità della pubblicazione scientifica che un servizio a pagamento in buona misura garantisce, o piuttosto alla sua accessibilità e reperibilità, chiari punti di forza dei cosiddetti siti ‘pirata’ come Sci-Hub.

 

(di Emanuele Cattani)

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La scienza scritta: Elsevier e la Germania, quando profitto ed etica scientifica collidono

La scienza scritta: Elsevier e la Germania, quando profitto ed etica scientifica collidono

Molti di noi non sanno che, a cominciare da quest’anno, è in atto una contrattazione di capitale importanza, non coperta nemmeno in minima parte dalle reti nazionali: la controversia tra il gigante olandese delle pubblicazioni scientifiche Elsevier ed il mondo accademico tedesco.

 

Già dai tempi di Francis Bacon (1561-1626), è stato chiaro che la scienza potesse progredire solamente grazie all’interazione tra gli individui che se ne occupavano, sviluppando così la prima vera e propria idea di comunità scientifica.

 

Elsevier e gli altri grandi gruppi editoriali del settore offrono precisamente questo servizio: raccolgono i risultati dei ricercatori e li rendono accessibili sulle proprie pagine permettendo al pubblico, ma soprattutto agli altri scienziati, di usufruirne. La questione in questo caso è però, come spesso succede, principalmente economica. Secondo il mondo accademico tedesco, e in precedenza anche finlandese ed olandese (patria del gruppo editoriale), Elsevier richiede un esborso eccessivamente gravoso per ottenere un abbonamento alle proprie riviste, e quindi a tutti i preziosi risultati che vi si trovano.

 

La proposta è quella di rendere gratuito l’accesso (in Germania) a tutti i risultati forniti da enti tedeschi, oltre ad un prezzo fisso ad articolo per tutti gli altri. In caso contrario il contratto, che per molte università scadrà alla fine di quest’anno, non sarà rinnovato. A questo punto occorre prendersi un po’ di tempo per entrare appieno nel mondo della letteratura scientifica, per comprenderne meglio dinamiche e problematiche. Cerchiamo di seguire a grandi linee il percorso che va dal momento in cui un ricercatore/gruppo ottiene un risultato che ritiene sia sufficientemente rilevante ed innovativo fino all’effettiva pubblicazione.

 

Il primo passo è quello di scrivere un “articolo”, il cosiddetto paper, nel quale vengano illustrati i concetti base dai quali si è partiti, i vari passaggi teorici e sperimentali eseguiti, fino alla discussione vera e propria del risultato conseguito, supportando naturalmente tutto quanto scritto grazie a dati/tabelle/grafici esplicativi e  citazioni di altri studi/paper che confermino quanto scritto e che sono stati usati come fonte durante il processo di ricerca. Tutto ciò per permettere ad altri scienziati di riprodurre l’esperimento, sia per sostenerne o confutarne i risultati, sia per poi eventualmente migliorarne il protocollo.

 

A questo punto si cerca un giornale (traduzione letterale di journal, come viene in inglese definito questo genere di stampa) cui si ritiene possa interessare pubblicare il risultato che è stato ottenuto. Esiste naturalmente un’amplissima gamma di riviste che si occupano di vari settori, quindi è importante che l’argomento trattato dall’editore coincida con quello dell’articolo in questione (Elsevier nello specifico è un gruppo editoriale, non una singola testata, nel quale sono dunque presenti una serie di giornali che trattano di differenti argomenti).

 

Nella scelta entra però solitamente anche un altro fattore, il cosiddetto impact factor (IF) (fattore d’impatto), che altro non è che un indice della caratura di un determinato journal, che viene calcolato tenendo in considerazione il numero annuale di articoli pubblicati dalla testata ed il numero di volte in cui un qualsiasi paper di quella stessa rivista è stato citato all’interno di altri articoli (le famose fonti di supporto alla ricerca di cui abbiamo precedentemente trattato).

 

Più alto il numero di citazioni, più grande l’impact factorpiù il journal viene considerato importante, di livello, e quindi le sue pubblicazioni sono maggiormente considerate, lette e a loro volta citate; per questo motivo può capitare che gli editori cerchino di aumentare in modi più o meno fantasiosi l’IF della propria testata, sia accettando tra le proprie pagine solamente articoli che si pensa abbiano un’elevata probabilità di essere citati, sia costringendo gli autori ad inserire tra le fonti altri articoli pubblicati dalla medesima rivista.

 

L’IF, quindi, viene utilizzato per valutare il livello di una testata, mentre non dovrebbe essere così per singole pubblicazioni o per gli autori che li hanno scritti. Purtroppo però, spesso non è così. Avere il proprio articolo tra le pagine di riviste come NatureCell o similari, tutte con un elevato impact factor, e comparire come primo nome tra gli autori può aprire prospettive di carriera in ambito accademico precluse o di molto più complesso raggiungimento scrivendo per altri giornali.

 

Una volta individuato il journal che sembra più appropriato agli autori si entra nella terza fase, cioè il cosiddetto peer-reviewing, che viene effettuato dalla redazione della testata in una serie di passaggi. Innanzitutto l’editore verifica chel’articolo rispetti i propri canoni di stile e presenti tutte le sezioni di cui si è scritto durante il processo di stesura del paper; se questo si rivela essere poco originale o interessante viene rispedito al mittente, in caso contrario si procede con il passaggio successivo.

 

Viene nominato, all’interno della redazione, un responsabile per la revisione, che può essere l’editore stesso, il quale recluta un determinato numero di revisori (solitamente 2, ma varia a seconda della politica del giornale). Questi leggono l’articolo più e più volte, analizzandolo punto per punto per valutare il modo in cui è stato condotta la ricerca e come il lavoro sia stato presentato nella stesura del paper. I risultati della review vengono inviati all’editore, il quale li valuta e decide se l’articolo vada rigettato, mandato agli autori per qualche modifica o se possa essere pubblicato.

 

Se viene accettato si passa poi alla sua pubblicazione nelle pagine del journal. Inutile dire che spesso, purtroppo, in queste fasi di revisione e pubblicazione rientrano dinamiche che, più che con l’approccio scientifico, hanno a che fare con la politica. Leggasi: vie preferenziali per ricercatori di una certa rilevanza internazionale e revisioni non sempre meritocratiche. Ma questa è un’altra storia.

 

Avendo compreso meglio che cosa si intende quando si parla di pubblicazioni scientifiche, è possibile analizzare con maggiore cognizione di causa il caso al centro di questo scritto, ponendosi delle legittime domande: riuscirà il mondo accademico nazionale a fare a meno delle opportunità e delle risorse di Elsevier? E d’altro canto, riuscirà Elsevier a non contare sui cospicui finanziamenti che i contratti che andrebbe a perdere attualmente forniscono?

 

Alcune testimonianze raccolte da The Scientist e Times Higher Education ci aiutano a capire meglio quest’intricata diatriba. Da un lato abbiamo il DEAL, un gruppo di istituzioni tedesche guidate dalla conferenza nazionale dei rettori, il quale afferma che in caso di mancato accordo le pubblicazioni sarebbero comunque accessibili in altra maniera nelle biblioteche universitarie, tanto che secondo i dati solo in pochissimi casi finora, nelle istituzioni che non hanno rinnovato il contratto l’anno scorso, gli articoli non sono stati recapitati a chi ne aveva fatto richiesta.

 

Vi sono d’altro canto anche piattaforme pirata come Sci-Hub che “tutti sanno esistere, ma nessuno ammette di usare”, come afferma Martin Köhler (uno dei mediatori nella contrattazione), e che permettono con pochi click l’accesso libero, per quanto poco legale, alla maggior parte delle pubblicazioni scientifiche.

 

Gli articoli che andrebbero persi sono però solamente quelli pubblicati in seguito al mancato rinnovo del contratto, quindi sarebbe una problematica che andrebbe ad accrescersi con il passare del tempo, rendendo progressivamente più lento e macchinoso il processo di ricerca e di pubblicazione delle università tedesche, con inevitabili ripercussioni sulle graduatorie e sull’immagine del mondo accademico nazionale.

 

Dall’altro lato  i margini di profitto di Elsevier, i cui affari consistono per poco più di un quarto in rapporti con istituzioni europee, non verrebbero intaccati in modo eccessivo. Si temono però simili prese di posizione da parte di altri Paesi in futuro, seguendo le orme tedesche, che potrebbero considerare il gruppo editoriale non più così affidabile ed importante come in passato, suggerisce David Matthews di Times Higher Education, autorevole settimanale britannico che si occupa specificamente di notizie ed approfondimenti relativi all’istruzione di livello superiore e soprattutto universitario.

 

Tutto sommato quindi, per quanto le posizioni possano sembrare attualmente distanti, un accordo appare ad un osservatore esterno come necessario, soprattutto date le motivazioni del conflitto che, per quanto legittime e fondate, nulla possono in confronto al bene superiore di una produttiva e sincrona attività di ricerca e pubblicazione scientifica.

 

Restano ancora un paio di concetti poco chiari. Ad esempio: perché si rendono necessari dei giornali a pagamento quando invece si hanno a disposizione fonti cosiddette open source, che cioè permettono accesso diretto ai contenuti degli articoli senza necessità di iscrizioni e abbonamenti? Potremmo veramente accedere a tutte le novità senza? Sono domande legittime, a cui cercherò di dare risposta nella prossima puntata de “La scienza scritta”, sempre qui sulle pagine del Dolomiti.

Emanuele Cattani

 

Fonti:

  1. http://www.the-scientist.com/?articles.view/articleNo/50671/title/German-Scientists-Resign-from-Elsevier-Journals–Editorial-Boards/&utm_content=bufferda37a&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=main+TS+page/
  2. http://www.the-scientist.com/?articles.view/articleNo/49906/title/Major-German-Universities-Cancel-Elsevier-Contracts/
  3. https://www.timeshighereducation.com/news/german-universities-plan-life-without-elsevier
  4. https://www.timeshighereducation.com/news/no-deal-between-germany-and-elsevier-what-would-it-mean  
  5. https://www.elsevier.com/connect/elsevier-to-continue-to-take-initiative-in-german-national-deal-discussions  
  6. https://www.projekt-deal.de/about-deal/  
  7. https://authorservices.wiley.com/Reviewers/journal-reviewers/what-is-peer-review/the-peer-review-process.html  
  8. http://www.nature.com/news/beat-it-impact-factor-publishing-elite-turns-against-controversial-metric-1.20224#/b1  
  9. https://www.ams.org/notices/201103/rtx110300434p.pdf
  10. https://www.csmonitor.com/World/2010/0916/New-world-university-ranking-puts-Harvard-back-on-top

 

Pubblicato su Il Dolomiti il 12/11/2017