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Xylella, fastidiosa questione

Xylella, fastidiosa questione

Si è a cena da amici, atmosfera un po’ radical chic, con jazz in sottofondo e candele in tavola. Ci sono anche invitati che incontro per la prima volta: mentre cerco di capire chi ho di fronte, parliamo del più e del meno seguendo le regole del bon ton e del politically correct. Improvvisamente, un ragazzo pugliese che avevo notato per arguzia e simpatia, entra a gamba tesa nel mio ginocchio razionalista con questa sentenza:

“Monsanto ha infettato i nostri ulivi per venderci quelli geneticamente modificati resistenti a Xylella!”. Rincara la dose: “Loro non hanno valori, quindi vogliono distruggere i simboli della nostra tradizione, gli ulivi millenari che ci sostentano da tempo immemore.” É evidente che questa storia deve averla sentita così tante volte da essere per lui verità assodata, incontrovertibile, a tal punto da poter essere inserita tra gli argomenti di leggera discussione.

Quindi si discute.

Xylella è un batterio altamente polifago: è in grado di attaccare diverse piante tra cui  l’ulivo, la vite e gli agrumi come molte altre piante di minor interesse agronomico. Si annida nello xilema che trasporta la linfa grezza causando il disseccamento e la morte della pianta colpita. Questo comporta danni per milioni di dollari nel nuovo continente, che si trova a dover combattere contro il batterio dal 1880, anno della prima grande epidemia della malattia di Pierce causata da Xylella nelle viti. Il ceppo di batterio approdato nel Salento che causa il disseccamento dell’ulivo, non è in grado però di infettare agrumeti e vigneti. Il motivo non è ben chiaro agli scienziati che stanno indagando per comprendere le interazioni biologico-molecolari tra ospite e parassita le quali portano alcune piante ad essere suscettibili ad un ceppo ma resistenti ad un altro.

Pur non essendo un problema secolare come in America, in Italia la comparsa del batterio non è una novità. I primi casi di disseccamento rapido dell’ulivo sono stati rilevati nel 2009 a Gallipoli: conoscendo la virulenza di questo patogeno, gli amministratori pubblici si trovarono di fronte a tre alternative:

1)     eradicare le piante infette nel tentativo di contenere la malattia: scelta dolorosa per agricoltori e “affezionati”, ma potenzialmente risolutiva;

2)     investire in ricerca, i cui risultati si vedono a lungo termine, ma con “dolorosi” costi immediati;

3)     tentare entrambe le vie per massimizzare la probabilità di prognosi favorevole.

Si è scelta però la quarta via, ovvero non fare nulla fino ad oggi. Il taglio degli alberi è avvenuto troppo tardi , agendo solo nell’istante in cui la malattia si è manifestata in tutta la sua straordinaria virulenza.

Ma il popolo pugliese difende le proprie radici con tutti i mezzi, da legarsi sulle cime degli alberi per protesta ad organizzare processioni per i santi patroni locali ad captandam benevolentiam .

Oltre ad essere una risposta dal gusto un po’ medievale, risulta essere anche abbastanza miope, perchè quella che ora è una realtà tragica ma circoscritta, potrebbe presto dilagare, compromettendo gli oltre 60 milioni di ulivi presenti in Puglia e, risalendo attraverso Lazio e Toscana, approdare anche in Trentino. Xylella ha fatto il giro del mondo passando dal mango, al caffè, all’ulivo, non possiamo sperare che si fermi davanti agli striscioni degli agricoltori disperati.

Ritardare gli interventi drastici, quando necessari, è una pratica tanto sbagliata quanto comune. Tutti ricordiamo il caso dell’encefalopatite spongiforme bovina, il morbo della mucca pazza, che portò più di 190 mila capi di bestiame ad ammalarsi in tutto il mondo,più di 4 milioni furono abbattuti nella sola Inghilterra e vi furono 225 casi umani accertati[1]. La risposta del governo inglese fu dolosamente tardiva; il divieto di processare i capi abbattuti a mangime per altri animali (compresi i bovini), arrivò otto anni dopo lo scoppio della pandemia e la conferma che l’agente patogeno si trasmette per via alimentare.

Il ritardo fu in quel caso dovuto alle pressioni della lobby degli allevatori inglesi.[2]

Ma per Xylella non è immaginabile che multinazionali come Monsanto abbiano infettato gli ulivi per vendere le proprie piante geneticamente modificate resistenti al batterio. La scienza infatti non ha ancora trovato una soluzione per questa malattia.

L’unico modo per debellare la malattia, non solo contenerla, è continuare la ricerca: negli Stati Uniti, grazie ad un finanziamento di 47 milioni di dollari l’anno, dopo dieci anni si stanno riuscendo a selezionare le prime viti resistenti al patogeno, ma la strada è ancora lunga. I fondi per la ricerca, al 70% pubblici, vengono anche da realtà private grandi e piccole, esattamente come in Brasile dove il genoma di Xylella è stato sequenziato da un pool di 30 laboratori che lavoravano in sinergia.

L’Italia, invece, ha deciso di diffidare le multinazionali che avrebbero la liquidità per sobbarcarsi la spesa della ricerca, stanziando da sola i fondi per risolvere il problema:

Da quando è scoppiata l’epidemia ad oggi, il nostro paese ha investito 170.000 €, da dividersi in 3 gruppi di ricerca appartenenti all’università di Bari. Centosettanta mila euro. In sei anni.[3]

In attesa della mobilitazione di 2 milioni di euro promessi da parte della regione Puglia, i ricercatori dell’università di Bari hanno dovuto subire l’affronto di esser sottoposti ad indagine a causa delle dicerie popolari che li vorrebbero untori della malattia, proprio per accedere a quei fondi che non ci sono.[4] Pare che non vi sia poi gran voglia di rimanere al secondo posto nella produzione mondiale dell’olio d’oliva, ne prevenire l’infezione delle altre colture per cui il nostro paese è conosciuto in tutto il mondo.

Per un ragazzo come me, cresciuto in Trentino, non c’è nulla che faccia più paura di un batterio capace di distruggere vite e ulivi, ma con questa prospettiva, bisogna prepararsi al peggio.

Filippo Guerra, Open Wet Lab

Bibliografia:

[1] [ World Organisation for Animal Health (OiE), aprile 2012.]

[2] [Bse Inquiry, inchiesta voluta dal premier britannico Tony Blair. Per maggiori informazioni consiglio “La paura delle biotecnologie”, Francesca Ceradini, 2008]

[3] [Reportage su Xylella, Daniele Rielli, Internazionale, 2015]

[4] [Italian scientist vilified, Alison Abbot, Nature, 2015]

 

Pubblicato su L’Adige il 17/06/2015